Scusa ma qui fate musica dal vivo?

Venerdì 21 Marzo 2008

(scritto nel Gennaio 2K8 per il numero di Marzo di “Mente Locale” e come tale da intendersi assolutamente riferito alla zona di Pescara – rimarrà purtroppo inedito,  perlomeno sulla carta stampata)

Buongiorno o buonasera a tutti e innanzitutto buon anno. Perdonate la mia assenza ma io con gli anni che finiscono per 8 ho sempre avuto un rapporto… come dire… controverso, ecco. La pausa molecolare però in compenso mi ha rinfrescato le idee, ed oggi vi propongo addirittura un semplice e pratico questionario per stabilire se il vostro fantastico locale in cui fate concerti live è adatto alla bisogna! E per giunta gratis!!! Poi non dite che non vi voglio bene… cominciamo subito dunque.

1. IL LOCALE E’ DOTATO DI UN’ACUSTICA DI BASE ADEGUATA? C’E’ UN MINIMO DI PROGETTO ACUSTICO E/O SONO STATI PRESI PROVVEDIMENTI IN TAL SENSO? Oppure si tratta del consueto ex garage/ex capannone/ex magazzino/ex quello che vi pare, malamente riciclato per fare esibire dei malcapitati con risultati se tutto va bene quasi scadenti? Magari il locale è anche bellissimo, un capolavoro di design e ricercatezza: congratulazioni molecolari, peccato che raramente estetica e acustica vadano a braccetto.
P.S. Un’eventuale insonorizzazione – pur se lodevole e soprattutto utile – purtroppo non fa testo per quanto riguarda il progetto acustico, che ha finalità e di conseguenza modalità di attuazione totalmente diverse.
2. IL LOCALE E’ DOTATO DI UN PALCO? Non ridete please: per palco si intende infatti un palco (eh, appunto), adeguatamente dimensionato e posizionato, e non il consueto gradino/pedana/angolino dove costipare i suddetti malcapitati a mo’ di sardine. E nemmeno – orrore! – una location abitualmente riservata a danze sfrenate, che quindi immediatamente dopo l’esibizione dovrà essere repentinamente sgomberata manco fosse un centro sociale autogestito sotto una giunta di centrodestra. Il fronte palco poi dovrebbe essere un minimo separato dalla platea (basta un metro, vi assicuro) tramite transenne o altro, nonchè agevolmente raggiungibile sia dal pubblico, che non dovrà quindi passare davanti al bar e/o alla toilette (e questo lo dico anche e soprattutto a vostro vantaggio, cari gestori…), sia dai musicisti. Il che implica…
3. IL LOCALE E’ DOTATO DI UN’AREA BACKSTAGE (ANCHE MINIMA) E/O CAMERINO? Oppure sti poveri cristi dovranno necessariamente attraversare per almeno mezza giornata tutto il locale in lungo e in largo onde raggiungere magari uno sgabuzzino, o la cucina, o il retro del bar, o il nulla? Dove lasceranno custodie, bauli, oggetti personali e quant’altro? E quando avranno finito di suonare, tutti sudati e puzzolenti, dove andranno a lavarsi/cambiarsi/rilassarsi? Al cesso, alla stregua degli avventori?
4. IL LOCALE E’ DOTATO DI UN IMPIANTO AUDIO/LUCI ADEGUATO? Beh, le opzioni sono veramente molteplici e soggettive, e come se non bastasse in questo ambito il sottoscritto non ha mai fatto prigionieri: la cosa è ampiamente risaputa. Diciamo che in genere (anche se personalmente non sono sempre d’accordo) il minimo sindacale è una potenza di 10 watt a persona, meglio se 20/30, 50 sarebbe meraviglioso. Occhio che parliamo di capienza massima del posto, quindi per cortesia non giustificate le vostre cassacce puntualmente sfondate dai vari digei-zerbino di turno (a tal proposito consultare il numero 4 di Mente Locale) col fatto che “tanto ai concerti viene pochissima gente”. Per quanto riguarda le luci, innanzitutto almeno dietro il palco ed ai suoi lati sarebbero da abolire i colori chiari o peggio sgargianti sulle pareti (e perchè mai? Provate un po’ a indovinare…), dopodichè sarà sufficiente una struttura anche minimale purchè realizzata con criterio e soprattutto riservata al concerto: quindi niente luci da discoteca della pista che buttano un po’ di luce colorata di striscio sul palco, e che quei quattro barattoli siano puntati – o almeno puntabili – verso i musicisti e dunque un minimo controllabili dal datore luci: il quale insieme al suo collega dell’audio si troverà ovviamente in regia. Già, la regia…
5. IL LOCALE E’ DOTATO DI UNA REGIA AUDIO/LUCI? Sembrerà una domanda stupida e banale e invece qui signori potrei diventare veramente feroce: va bene tutto, tutto, anche quel vecchio mixerino sfigato della vostra ex sala prove da pischelli, purchè funzioni bene e sia collocato di fronte al palco, ad una distanza adeguata rispetto alle dimensioni della sala ed in posizione più o meno centrale rispetto al palco e all’amplificazione. E soprattutto in un’area magari piccola, pure piccolissima, ma riservata e di conseguenza questa postazione deve necessariamente essere residente: dopo l’ultima canzone si spegne tutto e si chiudono i vari coperchi. Niente traballanti tavolini in mezzo alla pista, da sbaraccare a fine concerto in fretta e in furia mentre partono inesorabili le tanto sospirate suddette danze sfrenate, immancabilmente propinate dal digei-zerbino di turno, in un disagio di proporzioni campane (una volta si diceva bibliche, altri tempi…), con una tempistica improponibile e col concreto rischio di danneggiare le attrezzature e soprattutto fare o farsi male. A questo proposito…
6. IL LOCALE E’ ESENTE DA BARRIERE ARCHITETTONICHE E DA POTENZIALI FONTI DI PERICOLO? Sulle barriere architettoniche non credo ci sia bisogno di soffermarsi. Poi anche l’occhio, si sa, vuole la sua parte: peccato che un arredamento curato, materiali all’avanguardia e soluzioni estetiche ardite espongano il più delle volte l’ignaro e alticcio avventore/ballerino/nottambulo al rischio di ferimenti anche seri: anni fa una sfortunata spettatrice una sera scivolò in avanti e si sfracellò la faccia dritta dritta proprio contro lo spigolo (in cemento e of course) del palco. Magari se ci fosse stata un minimo di separazione tra palco e sala – vedi domanda n.2 – e quello spigolo non fosse stato così come dire spigoloso se la sarebbe cavata con qualche stupida contusione che fa sempre molto punk, di cui oltretutto con ogni probabilità si sarebbe resa conto soltanto la mattina successiva, ad ematoma ormai formato e già in fase di pre-riassorbimento. Il tutto per la cronaca accadeva in uno dei migliori locali di sempre per la musica live della zona. Quindi mi raccomando, niente spigoli vivi, vetro, metallo, lamiera e compagnia lacerante: curiosamente tra l’altro questi ed altri materiali fanno notoriamente a cazzotti con una buona acustica (di cui alla domanda n.1): dunque i conti tornano.
7. IL LOCALE E’ DOTATO DI UN IMPIANTO ELETTRICO ADEGUATO? Che non vuol dire semplicemente “a norma”, cosa su cui l’elettricista – oltre a giurare e spergiurare – se è un professionista serio è tenuto a rilasciare apposita certificazione: vuol dire avere “fasi” (linee, canali) separate a cui collegare audio, luci e tutto il resto in maniera completamente autonoma l’una dall’altra. Un impianto audio/luci di medie dimensioni può arrivare ad assorbire tranquillamente 10 kW ed oltre, e frigoriferi, lavastoviglie, illuminazione e tutto il resto completano il lugubre quadretto con assorbimenti shock. Naturalmente anche la richiesta di fornitura elettrica dovrà essere adeguatamente sovradimensionata, e possibilmente corredata da stabilizzatori e/o gruppi di continuità. In caso contrario, nella migliore delle ipotesi avrete fastidiosi disturbi e ronzii sull’audio, frequenti rotture di lampade e continui rischi di blackout. Nella peggiore invece friggerete un bel po’ delle vostre preziose attrezzature, e magari già che ci siete anche qualche strumento elettrico/elettronico del malcapitato di turno.
8. IL LOCALE È IN UNA POSIZIONE TALE DA NON ARRECARE DISTURBO AD EVENTUALI E PROBABILI RESIDENTI? Questo ammetto che lo dico quasi solo per voi, quindi non dite che sono il solito stronzo: se così non fosse infatti, dovrete ahimè vostro malgrado prepararvi spiritualmente ad una chiusura precoce, e in ogni caso piuttosto anticipata rispetto a quelli che erano i vostri magari encomiabili progetti iniziali. Addio sogni di gloria insomma, o se preferite dalle stelle alle stalle. L’ostacolo a dirla tutta può essere parzialmente aggirato con una buona insonorizzazione (vedi domanda n.1), che però non vi metterà al riparo da eventuali anzi sicure fonti di disturbo, esterne al vostro locale ma dovute proprio alla sua esistenza: automezzi, vociare, risse, bonghi e chi più ne ha più ne metta. E non riuscirete mai a discolparvi da tutto ciò per il semplice fatto che non sarebbe democratico nè equo, e di questo il codice civile – peraltro sotto molti aspetti opinabile o quantomeno da rivedere – tiene giustamente conto. In ogni caso preparatevi ad una serena convivenza con disagi e problemi di ogni genere, inversamente proporzionali all’efficacia dei vostri eventuali lavori di insonorizzazione.

Potrei andare avanti per ore, ma diciamo che questi sono i punti salienti. Volete qualche altra imbeccata? Parcheggi, facilità di carico e scarico, struttura interna del locale, eventuali servizi accessori, presenza di impianti di aerazione, ricircolo dell’aria e/o climatizzazione, anzi qualunque suggerimento è gradito. Mentre per quanto riguarda il verdetto molecolare, sarete lieti di scoprire (ma solo perchè non sapete ancora quello che arriva subito dopo) che non ci sono calcoli complicati da fare o tabelle da consultare: infatti se avete risposto “sì” a tutte le domande, e solo in questo caso, il vostro locale è adatto alla musica dal vivo. In caso contrario, si va da un semplice “no” ad un sonoro ed impietoso “assolutamente no”. Sono veramente spiacente. C’est la vie. That’s life.
In sede di correzione di bozze mi sono infine addirittura preso la briga di applicare il questionario a tutti i locali della zona: sono un po’ megalomane, lo so, ma purtroppo (per voi, s’intende) non posso applicarlo al mio per il semplice fatto che non ne possiedo uno; e comunque un collaudo si imponeva. E devo confessarvi che nessun locale ha superato il test. Senza cattiveria miei adorati, ma il fatto è che a queste cose avreste dovuto pensarci prima di aprirlo il vostro locale, e/o durante i necessari lavori (che quindi dovreste fare anche se l’avete rilevato da qualcun altro); e non la sera dell’inaugurazione, mentre inebriati dalla prevedibile affluenza, dal conseguente incasso, dall’immane quantitativo di figa ma soprattutto dal vostro fornitissimo bar sognate ad occhi aperti un’irrealizzabile esibizione del pincopallino di turno mentre i parenti vi ricoprono di piante, solitamente orripilanti oltretutto.
Come dite? Non è vero? Ma chi si crede di essere questo? Uffa, il solito esagerato? O magari il solito frustrato che per sfogarsi spara a zero gratuitamente? Ritenete il vostro locale dapaura? Cazzi vostri: dopotutto se qualcuno non l’avesse ancora capito non stiamo parlando di estetica bensì di funzionalità quindi almeno un compromesso si impone no? Anzi vi dirò di più: visto che la scienza – perlomeno quella molecolare – ha da tempo appurato che non è vero che le belle donne siano una massa di stronze (o peggio) e quelle brutte siano una massa di persone eccezionali, bensì fortunatamente esiste un ventaglio pressochè infinito di combinazioni intermedie, direi che sarebbe ora di rimboccarsi le maniche, pensare con anticipo e lungimiranza a quella che in urbanistica – ma anche al comune se è per questo – verrebbe definita la destinazione d’uso del vostro adorato locale, e magari già che ci siete regolarvi di conseguenza: sarò sinceramente lieto di essere smentito. Possibilmente dai fatti però.

Distinti saluti,
l’insostituibile Molecola.

tmm_rscover.jpg

Scusa la fate Satisfaction?

Venerdì 21 Marzo 2008

(da “Mente Locale” n° 5 – Ottobre 2K7)

Piccola ma significativa (e indispensabile) intro: chi scrive fa parte di una cover band. Prima precisazione: questa ennesima invettiva molecolare si riallaccia idealmente ad uno scritto corsaro apparso un paio d’anni orsono su un noto quindicinale free press pescarese. Seconda e ultima precisazione: questa pagina già dal titolo prende le mosse dal finale di quella del mese scorso. Ed ora – per dirla coi gloriosi Monty Phyton – qualcosa di completamente diverso, un clamoroso scoop oserei dire: detesto le cover band, tutte, compresa tutto sommato la mia. Certo, sicuramente sono un’utile palestra: quanti di voi musicisti che leggete hanno cominciato così? Beh magari qualcuno no, ma diciamo la stragrande maggioranza sì. E’ cosa buona e giusta, a pensarci bene: non si nasce mica Mogol o Mc Cartney, e comunque anche i Beatles a inizio carriera suonavano cover (vero caro direttore?). Oddio, ecco… magari non suonavano proprio cover dei Muse o dei Nomadi, d’accordo, ma insomma sempre di cover si trattava: da qualche parte si dovrà pur cominciare, no? E come biasimare il 40enne medio – lentamente costretto suo malgrado a dire addio ai sogni di gloria, sbornie e groupies – che nel weekend si incontra con gli amici di sempre per strimpellare con nostalgia vecchie hit del passato? Ma tra questi due più che giustificati estremi nella ridente cittadina adriatica dei concerti di mezzanotte e dei digei-zerbino si colloca una nuova temibile tipologia musicale: il suonatore di cover “di professione”. Badate bene: non sto parlando di onesti pianobaristi o delle dignitosissime orchestre-spettacolo, ma proprio del tipico musicista (magari “rock”) di cover band. Costui molto probabilmente ci ha già provato in tutti i modi, attraversando scrupolosamente i generi musicali più disparati, con annessi cambi di strumentazione, look e giro di amicizie; e proprio quando sta finalmente cominciando a chiedersi se per caso non sia totalmente privo di talento (con la probabile e paradossalmente aggravante opzione di una certa perizia tecnica) improvvisamente scopre che può ancora aspirare all’agognato successo – che mai e poi mai otterrà con mezzi propri – dedicandosi anima e corpo ad un’agghiacciante operazione al cui confronto una fotocopiatrice laser sembra Jean Michel Basquiat: la clonazione di un qualunque artista di successo. L’impostore in questione infatti sa bene che in fase di avvio dell’attività può contare anzitutto sul sostegno della fidanzata e degli amici, nonchè ovviamente sul pubblico dell’artista prescelto (rigorosamente non di nicchia e mai dallo scarso appeal commerciale), e dulcis in fundo sulla compiacenza della stragrande maggioranza dei locali, che ormai salvo rare eccezioni accolgono questi personaggi a braccia aperte manco fossero quelli veri. Va sul sicuro quindi, proprio come i gestori dei suddetti locali e i digei-zerbino che al soldo dei suddetti gestori ossequiosamente fanno ascoltare ai lobotomizzati avventori dei suddetti locali sempre la stessa robaccia che secondo loro funziona sempre. Costui dunque, miei cari, è il signore del male: in brevissimo tempo l’operazione – che naturalmente riscuote clamorosi consensi quasi a costo zero – spalanca le porte ad un florilegio di cover band, tribute band e quant’altro, con locali a programmazione esclusiva o quasi di cover band, festival di cover band, compilation di cover band, cd-demo composti esclusivamente da cover, e chi più ne ha più ne metta. A parziale discolpa di queste neorockstar del terzo millennio bisogna però sottolineare che molte di loro sono impegnate su più fronti e/o in progetti paralleli: altre cover band, ovviamente. Qualcuno ci campa, qualcun altro addirittura ci trova pure da scopare: del resto in tempo di guerra, si sa, ogni sosia è trincea. Idolatrati dalle folle dei loro amici e dai gestori che gongolano soddisfatti ammirando il loro locale riempito fino all’inverosimile spendendo una miseria e senza rischiare, tra poco li vedremo aggirarsi in limousine con tanto di manager, modelle e bodyguard proprio come i loro numi ispiratori. La morte della creatività: lo sforzo compositivo – peraltro già assai scarso – si estingue del tutto, sostituito da una specie di virus del successo facile, che finisce inevitabilmente per togliere spazio e opportunità – peraltro già assai scarsi – a quei poveri illusi che testardamente continuano a suonarsela e a cantarsela, addirittura scrivendo da sè le canzoni (!!!). Del resto perchè sbattersi per qualcosa di nuovo quando si possono ottenere risultati eguali se non addirittura superiori riscaldando la solita minestra? Se i computer copiano e incollano un motivo ci sarà pure, no? A puro titolo di cronaca gran parte di queste cover band fa veramente cagare, ma è probabile che si tratti solo di una sciagurata coincidenza o semplicemente della scomoda opinione di un (ormai quasi ex) musicista frustrato alle soglie della demenza senile. Ad ogni modo fateci caso, è molto raro imbattersi in questi personaggi al concerto di un qualunque qualcuno che proponga materiale originale. In effetti si rischia parecchio: potrebbe addirittura capitare di ascoltare qualcosa di interessante. Nel dubbio, meglio stare alla larga.

tmm_stones.jpg


Scusa mi metti i Rolling Stones?

Venerdì 21 Marzo 2008

(da “Mente Locale” n° 4 – Giugno 2K7)

Siete mai stati in discoteca? Una di quelle serie, intendo: sterminate code di gggente con acconciature improbabili, liste d’ingresso blindate, muscolosa security in doppiopetto tipo casting per il prossimo 007, etc etc. No? Beh, dovreste andarci: oltre a fare un’esperienza per certi versi veramente catartica, potreste scoprire un sacco di cose più o meno interessanti. Tipo ad esempio che è impossibile andare a fare una qualunque richiesta al DJ, per il semplice motivo che la consolle è fisicamente isolata dalla pista da ballo: è sempre molto in alto, quando non addirittura in un’altra stanza, magari con vista sulla platea tramite la classica vetrata. Ne consegue che purtroppo è assai difficile andare a rompere i coglioni al buon Coccoluto o a Roger Sanchez, ma anche ai volonterosi DJs nostrani se è per questo. E’ cosa buona e giusta però: dopotutto questi signori stanno – ebbene sì – lavorando. Invece nei locali “indie”, “alternativi”, “rock”, nei “disco-bar”, “disco-pub”, “disco-club” e chi più ne ha più ne metta, il DJ (acronimo di “disc-jockey”. Da Wikipedia: “colui che mixa i brani musicali: in pratica deve unire più tracce in sequenza in modo da ottenere un unico flusso musicale che risulti piacevole per l’ascoltatore. Altro compito fondamentale del DJ è quello di “selezionare” i dischi da mixare, cioè saper scegliere in quel determinato momento e quella determinata occasione quale sia il brano più adatto per il pubblico, ma che rientri anche nello stile e nei gusti musicali del DJ stesso”) è assolutamente a portata di seccatore, sempre e comunque: molto spesso in console si può addirittura entrare! Provate un po’ a entrare mezzi ubriachi in sala operatoria nel bel mezzo di un’appendicectomia: qualcosa mi dice che vi butterebbero fuori a calci. E farebbero bene, così come fanno benissimo quegli ahimè rari gestori e/o buttafuori che perseguono i molestatori della console con pesanti sanzioni fino addirittura all’espulsione. E’ indubbio – e anche per certi versi fisiologico dunque – che la logistica di un certo tipo di club favorisca l’ignobile trend in questione, ma ancora più ignobile è il pedissequo inchino con cui la maggior parte dei digei reagisce alle avances musicali dell’adorato pubblico, nella probabile ma vana speranza di renderlo adorante. Ora rileggetevi la definizione più sopra e riflettete: se il digei infila ubbidiente una dietro l’altra le innumerevoli richieste (peraltro quasi sempre di una banalità deprimente, proprio come quella che dà il titolo alla mia invettiva molecolare di questo mese) si tramuta in una sorta di aberrante incrocio tra un juke-box e un cagnolino. Con la differenza che il cane è il migliore amico dell’uomo, ed il juke-box è specificamente progettato per accondiscendere i desideri dell’utente previo esborso economico, tra l’altro niente affatto indifferente. C’è poi WinAmp – come tanti altri software simili – che potrebbe rappresentare la soluzione ideale a questa problematica, in quanto gratuito e totalmente gestibile dall’ascoltatore. Il fantoccio in questione (non vi offendete eh, ma il DJ è quello di Wikipedia) si trova quindi invischiato in un gioco a scacchi psicologico perverso ed inquietante, una specie di “Seven” de noantri in cui alla prima richiesta assecondata diventa immediatamente ricattabile da chiunque, anche perchè quel brano ovviamente non piacerà a qualcun altro, che ovviamente si precipiterà a richiedere il suo, e via richiedendo: la serata si tramuta ben presto in un enorme CD-R pre-mixato – dal pubblico! – che a questo punto potrebbe essere benissimo inviato per posta, la scaletta scivola inesorabilmente verso l’ibernazione, e poi se non metti la canzone tal dei tali naturalmente sei uno stronzo. Scoppia la contestazione, ti caghi addosso e in cerca di un immeritato perdono infili il riempipista di turno… e così via per ore. La settimana successiva ovviamente, passata la bufera e capita l’antifona, per timore di ulteriori ritorsioni la formula “il cliente ha sempre ragione” verrà ulteriormente perfezionata in un parossismo senza fine. Se poi un giorno ti dovessi stufare di questo andazzo di cui peraltro sei colpevolmente complice, ti ributtano subito nella polvere: e a questo punto te lo sei pure meritato. Il punto è che il digei non si vuole proprio rendere conto che quando si trova lì dietro comanda lui e solo lui: croce e delizia, perchè non c’è cosa più stressante che doversi guardare continuamente intorno, cercare di capire chi c’è e chi non c’è, che aria tira, cosa potrebbe funzionare e cosa no. Ma al tempo stesso non c’è soddisfazione maggiore che vedere la tipa sempre seduta (magari pure carina) alzarsi e puntare dritto verso la console fissandoti con aria minacciosa: cosa vorrà? E mentre sudando freddo cerchi disperatamente un qualunque disco dei Doors, lei invece a sorpresa tira fuori dalla borsetta carta e penna e sorridendo ti chiede gentilmente autore e titolo del brano appena finito che le è piaciuto tanto. Come si suol dire: se son rose fioriranno. Queste sì che sono soddisfazioni cazzo, altro che Satisfaction.

Hang the DJ!


Scusa chi suona?

Venerdì 21 Marzo 2008

(da “Mente Locale” n° 3 – Maggio 2K7)

Signore e signori si parte con le ristampe! E siamo appena al numero 3: un segno inequivocabile dell’enorme successo che la nostra rivista sta ottenendo. Cominciamo questo mese con un prezioso cimelio tratto dagli sterminati archivi molecolari: la riproposizione integrale di una missiva che nel lontano 1996 il vostro affezionato inviò al quotidiano d’Abruzzo come sfogo personale all’indomani del concerto-evento del noto suonatore di liuto Gordon Matthew Sumner, meglio noto col nome d’arte di Sting. Con mia grande sorpresa la letterina venne pubblicata, e per giunta senza che fosse stata tagliata nemmeno una virgola (cosa tutt’altro che complessa devo ammettere). Sicchè mentre stancamente buttavo giù qualche idea sul mio fedele e obsoleto laptop, la casuale ricomparsa del reperto in questione ha causato in me l’accensione della più classica delle lampadine: riteniamo infatti che il tutto sia di estrema e ahinoi dolorosa attualità, ora più che mai purtroppo. E siccome ci piace strafare potete divertirvi a sostituire al nuovo bassista dei Police un qualunque altro mega-artista, alla location in questione una a vostra scelta – purchè naturalmente pubblica – e agli amministratori dell’epoca uno o più dei successivi, compresi gli attuali: l’autrice dell’abbinamento più interessante (ad insindacabile giudizio della redazione of course) vincerà una serata a lume di Bière du Démon in compagnia del sottoscritto, che sarà ben lieto di illustrarle i segreti della sua arte narrativa. Rientro rigorosamente in taxi.

il vuoto dopo il concerto


Scusa mica si paga?

Venerdì 21 Marzo 2008

(da “Mente Locale” n° 1 – Gennaio 2K7)

Innanzitutto voglio augurare a tutti buon 2007 e ringraziare pubblicamente la redazione che mi ha concesso questo spazio e voi che mi state leggendo. Ne approfitto anche per comunicarvi che le reazioni al mio articolo del numero scorso sono state esattamente come da copione: una pressochè unanime standing ovation (del resto l’unica voce fuori dal coro era stata ampiamente prevista pure lei), con tanto di sportivissimo plauso anche e soprattutto degli addetti ai lavori, seguita a ruota dal consueto nulla di fatto a livello di iniziative concrete: chiamasi Pescara, signori. Una ridente cittadina balneare sul mare Adriatico recentemente assurta agli onori della cronaca nazionale in quanto presunta capitale italiana della movida (risate fuori campo).
Il sinistro interrogativo che titola il mio scritto molecolare di questo mese è invece sintomatico di un deprecabile e diffusissimo atteggiamento del pubblico in base al quale conta solo l’ingresso gratuito, a prescindere da cosa stia succedendo dentro il locale di turno. Ho visto con i miei occhi “gggente” andarsene seccata perchè all’ingresso veniva richiesto un modesto obolo di due o tre euro causa concerto. Evidentemente quello che davvero conta è andare a sbronzarsi a bestia da qualche altra parte, dove si entra giustamente gratis perchè all’interno l’unica esibizione è quella di bottiglie di superalcolici (la cui somministrazione oltretutto non mi risulta che nelle strade della suddetta movida sia gratuita, anzi tutt’altro). Un gestore mi disse che tutto sommato ne fa volentieri a meno di questa tipologia di avventori visto il loro evidente disinteresse: bravissimo. Allo stesso tempo però i conti non quadrano perchè non si capisce bene da dove il locale dovrebbe ricavare la copertura dei costi di un qualsivoglia spettacolo, e diventa naturale senza la speranza di maggiori introiti – di qualunque provenienza – ritrovarsi perlomeno scettici sull’evento di turno, giacchè almeno sulla carta ne potrebbe facilmente scaturire un ricavo minore rispetto ad una “normale” serata. Torna inevitabilmente alla mente l’indelebile ricordo degli Uzeda che suonano in un club semideserto mentre all’esterno decine e decine di “alternativi” attendono scalpitando la fine del concerto per entrare finalmente gratis, scandalizzati e offesi dall’abnorme pretesa di estorcere ad ognuno di loro ben cinquemila monete del vecchio conio. Anno di grazia 1995: fu proprio quella sera che i titolari del Base decisero stanchi e delusi di chiudere bottega, gettando il sottoscritto e pochi altri nella disperazione più totale. Ma possiamo dare loro torto? Direi proprio di no, visto che dopo quasi dodici anni nulla è cambiato. E questo ci porta dritti al dunque, un dunque su cui io ed il mio contestatore quella sera ci trovammo assolutamente d’accordo: spiace dirlo ma e’ estremamente probabile che per questo genere di cose a Pescara e dintorni non ci sia proprio pubblico. Certo si potrebbe sempre cercare di allargarlo con delle iniziative mirate (faccio un esempio a caso: anticipare l’orario di inizio dei concerti. Ma questa è un’altra storia, e se ve la siete persa rivolgetevi senza indugio al servizio arretrati). Però resta il fatto che se i grossi nomi riempiono lo stadio, quanta gente da queste parti pagherebbe mettiamo 18-20 euro per – che so – Mark Lanegan? Se un festival locale di musica rock ad ingresso gratuito e pubblicizzato sulle principali testate specializzate nazionali, con artisti da tutta Europa e non solo, riscuote un’affluenza magari anche soddisfacente ma comunque inferiore alle aspettative cosa vuol dire? Per quale motivo intanto impazzano ovunque le cover band? (Attenzione, prossimamente un mio articolo sulle cover band: poi dicono che il situazionismo è morto!) Meditate gente, meditate. Per il momento quello che sta per accadere è che il cosiddetto “rischio d’impresa” col passare del tempo assumerà proporzioni tali da indurre chi di dovere a proporre sempre meno concerti. Qualcuno magari si troverà addirittura costretto a chiudere i battenti. E cosa ne sarà dello sfortunato “pubblico”? Beh, suppongo che come al solito ricominceranno a frignare. Loro quoque, i principali responsabili di questo sfacelo. Qualche buontempone nel frattempo ha pensato bene di farmi presente fra le altre cose che se non faccio polemica nessuno mi caga: può darsi. Ai posteri l’ardua sentenza.


Scusa sai a che ora cominciano?

Venerdì 21 Marzo 2008

(da “Mente Locale” n° 0 – Dicembre 2K6)

Sì, come al solito la tipa che si avvicina è molto carina. E no, come al solito non vuole il tuo numero. E’ solo l’ennesima persona che vorrebbe sapere quello che ti stai chiedendo anche tu, che hai l’unica colpa di stare dietro a un mixer. La questione dell’orario di inizio dei concerti a Pescara in effetti sta prendendo una piega veramente grottesca, e se non fosse una cosa estremamente seria verrebbe proprio da farsi una risata: il precedente e già preoccupante record (0.45 AM se non vado errato) è stato recentemente polverizzato proprio nella location che lo deteneva da uno sconcertante 1.15 AM. Il motivo? Sempre lo stesso: “c’è poca gggente”. Come se aspettando spesso anche ore si riuscisse ad incassare il tanto agognato sold out che invece guarda caso puntualmente non arriva mai. Come se sottraendo un tot di persone ai comodacci loro si configurasse un reato di lesa maestà. Invece nella struggente e infinita attesa guarda caso qualcuno tra i pochi astanti decide sbadigliando di mollare e tornarsene a casa insonnolito, incazzato e magari pure sbronzo. Certo il problema di fondo è che questa “gggente” arriva sul posto quando gli pare sapendo che tanto nessuno si azzarderà a suonare una sola nota prima di “una cert’ora”: un vero e proprio ricatto dunque, di cui però organizzatori e proprietari di locali sono colpevolmente complici incorrendo quindi nel reato – stavolta sì – di favoreggiamento. Chi arriva a mezzanotte può arrivare benissimo o al limite sbattendosi un po’ anche alle 22, mentre chi arriva alle 22 spesso e volentieri a mezzanotte deve andare via, gli piaccia o no. Cominciare in orario o quasi il concerto (a teatro per fortuna la puntualità di artisti e platea è fatto noto e storicamente consolidato) significherebbe dunque accaparrarsi ambedue queste fasce di pubblico, cominciare col consueto vergognoso ritardo significa innanzitutto autoinfliggersi la scarsa resa – ebbene sì anche economica signori frignoni! – della serata e poi privare tanti della possibilità di partecipare. Dando inoltre l’impressione di organizzare questi eventi ad esclusivo uso e consumo di fannulloni che il giorno dopo si sveglieranno ad ora di pranzo. Infine un ultimo aspetto, eticamente importantissimo: normalmente arrivi in orario, prendi una cosa da bere, fai due chiacchiere poi ti vedi il concerto e solo dopo decidi in base ai tuoi impegni se proseguire la serata fino a tempo indeterminato o meno. A Pescara invece il dopo-concerto lo devi fare prima e sei pure costretto a farlo a meno che non getti la spugna e resti a casa: questo ignobile cane che si morde la coda trascura completamente i pochi che arrivano in orario perchè evidentemente ci tengono, e soprattutto i tanti – sì cari miei sono tanti anzi tantissimi – che non escono proprio di casa ben sapendo che tanto è inutile, e se ne rammaricano anche. La soluzione io naturalmente non ce l’ho ma una proposta sì: un cartello di tutti i promoter e/o gestori di locali con musica live che si impegnino reciprocamente ad iniziare i concerti con uno scarto forfettario massimo di una mezz’oretta rispetto all’orario annunciato a prescindere dall’affluenza, e soprattutto a pubblicizzare questa virata di rotta. Cominciamo a fare arrivare questa “gggente” a mezzanotte solo per fargli scoprire che il concerto è appena finito o sta per finire. Cominciamo a premiare chi arriva puntuale e magari ha anche già pagato l’ingresso (quest’altro infame aspetto della questione sarà approfondito prossimamente, non temete). Cominciamo a ridare un po’ di fiducia a chi ormai non va più ai concerti per partito preso: tra l’altro di solito sono personaggi over qualcosa con relativi stipendi. Lo so, all’inizio sarà dura e probabilmente toccherà affrontare qualche flop con relative ripercussioni economiche, ma tanto vi lamentate lo stesso che ci andate sotto. Se però non si molla col tempo qualcuno potrebbe anche cominciare a pensare che forse per non perdere l’ennesimo concerto sarebbe il caso di muovere il culo ed assistere soddisfatto all’esibizione accanto a qualcun altro che invece la mattina dopo si sveglierà alle 7 per andare a lavorare ma nonostante ciò ha voluto mantenere un cuore rock’n'roll. E vissero tutti felici e contenti.

rock you