Scusa la fate Satisfaction?

(da “Mente Locale” n° 5 – Ottobre 2K7)

Piccola ma significativa (e indispensabile) intro: chi scrive fa parte di una cover band. Prima precisazione: questa ennesima invettiva molecolare si riallaccia idealmente ad uno scritto corsaro apparso un paio d’anni orsono su un noto quindicinale free press pescarese. Seconda e ultima precisazione: questa pagina già dal titolo prende le mosse dal finale di quella del mese scorso. Ed ora – per dirla coi gloriosi Monty Phyton – qualcosa di completamente diverso, un clamoroso scoop oserei dire: detesto le cover band, tutte, compresa tutto sommato la mia. Certo, sicuramente sono un’utile palestra: quanti di voi musicisti che leggete hanno cominciato così? Beh magari qualcuno no, ma diciamo la stragrande maggioranza sì. E’ cosa buona e giusta, a pensarci bene: non si nasce mica Mogol o Mc Cartney, e comunque anche i Beatles a inizio carriera suonavano cover (vero caro direttore?). Oddio, ecco… magari non suonavano proprio cover dei Muse o dei Nomadi, d’accordo, ma insomma sempre di cover si trattava: da qualche parte si dovrà pur cominciare, no? E come biasimare il 40enne medio – lentamente costretto suo malgrado a dire addio ai sogni di gloria, sbornie e groupies – che nel weekend si incontra con gli amici di sempre per strimpellare con nostalgia vecchie hit del passato? Ma tra questi due più che giustificati estremi nella ridente cittadina adriatica dei concerti di mezzanotte e dei digei-zerbino si colloca una nuova temibile tipologia musicale: il suonatore di cover “di professione”. Badate bene: non sto parlando di onesti pianobaristi o delle dignitosissime orchestre-spettacolo, ma proprio del tipico musicista (magari “rock”) di cover band. Costui molto probabilmente ci ha già provato in tutti i modi, attraversando scrupolosamente i generi musicali più disparati, con annessi cambi di strumentazione, look e giro di amicizie; e proprio quando sta finalmente cominciando a chiedersi se per caso non sia totalmente privo di talento (con la probabile e paradossalmente aggravante opzione di una certa perizia tecnica) improvvisamente scopre che può ancora aspirare all’agognato successo – che mai e poi mai otterrà con mezzi propri – dedicandosi anima e corpo ad un’agghiacciante operazione al cui confronto una fotocopiatrice laser sembra Jean Michel Basquiat: la clonazione di un qualunque artista di successo. L’impostore in questione infatti sa bene che in fase di avvio dell’attività può contare anzitutto sul sostegno della fidanzata e degli amici, nonchè ovviamente sul pubblico dell’artista prescelto (rigorosamente non di nicchia e mai dallo scarso appeal commerciale), e dulcis in fundo sulla compiacenza della stragrande maggioranza dei locali, che ormai salvo rare eccezioni accolgono questi personaggi a braccia aperte manco fossero quelli veri. Va sul sicuro quindi, proprio come i gestori dei suddetti locali e i digei-zerbino che al soldo dei suddetti gestori ossequiosamente fanno ascoltare ai lobotomizzati avventori dei suddetti locali sempre la stessa robaccia che secondo loro funziona sempre. Costui dunque, miei cari, è il signore del male: in brevissimo tempo l’operazione – che naturalmente riscuote clamorosi consensi quasi a costo zero – spalanca le porte ad un florilegio di cover band, tribute band e quant’altro, con locali a programmazione esclusiva o quasi di cover band, festival di cover band, compilation di cover band, cd-demo composti esclusivamente da cover, e chi più ne ha più ne metta. A parziale discolpa di queste neorockstar del terzo millennio bisogna però sottolineare che molte di loro sono impegnate su più fronti e/o in progetti paralleli: altre cover band, ovviamente. Qualcuno ci campa, qualcun altro addirittura ci trova pure da scopare: del resto in tempo di guerra, si sa, ogni sosia è trincea. Idolatrati dalle folle dei loro amici e dai gestori che gongolano soddisfatti ammirando il loro locale riempito fino all’inverosimile spendendo una miseria e senza rischiare, tra poco li vedremo aggirarsi in limousine con tanto di manager, modelle e bodyguard proprio come i loro numi ispiratori. La morte della creatività: lo sforzo compositivo – peraltro già assai scarso – si estingue del tutto, sostituito da una specie di virus del successo facile, che finisce inevitabilmente per togliere spazio e opportunità – peraltro già assai scarsi – a quei poveri illusi che testardamente continuano a suonarsela e a cantarsela, addirittura scrivendo da sè le canzoni (!!!). Del resto perchè sbattersi per qualcosa di nuovo quando si possono ottenere risultati eguali se non addirittura superiori riscaldando la solita minestra? Se i computer copiano e incollano un motivo ci sarà pure, no? A puro titolo di cronaca gran parte di queste cover band fa veramente cagare, ma è probabile che si tratti solo di una sciagurata coincidenza o semplicemente della scomoda opinione di un (ormai quasi ex) musicista frustrato alle soglie della demenza senile. Ad ogni modo fateci caso, è molto raro imbattersi in questi personaggi al concerto di un qualunque qualcuno che proponga materiale originale. In effetti si rischia parecchio: potrebbe addirittura capitare di ascoltare qualcosa di interessante. Nel dubbio, meglio stare alla larga.

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