Scusa mica si paga?

(da “Mente Locale” n° 1 – Gennaio 2K7)

Innanzitutto voglio augurare a tutti buon 2007 e ringraziare pubblicamente la redazione che mi ha concesso questo spazio e voi che mi state leggendo. Ne approfitto anche per comunicarvi che le reazioni al mio articolo del numero scorso sono state esattamente come da copione: una pressochè unanime standing ovation (del resto l’unica voce fuori dal coro era stata ampiamente prevista pure lei), con tanto di sportivissimo plauso anche e soprattutto degli addetti ai lavori, seguita a ruota dal consueto nulla di fatto a livello di iniziative concrete: chiamasi Pescara, signori. Una ridente cittadina balneare sul mare Adriatico recentemente assurta agli onori della cronaca nazionale in quanto presunta capitale italiana della movida (risate fuori campo).
Il sinistro interrogativo che titola il mio scritto molecolare di questo mese è invece sintomatico di un deprecabile e diffusissimo atteggiamento del pubblico in base al quale conta solo l’ingresso gratuito, a prescindere da cosa stia succedendo dentro il locale di turno. Ho visto con i miei occhi “gggente” andarsene seccata perchè all’ingresso veniva richiesto un modesto obolo di due o tre euro causa concerto. Evidentemente quello che davvero conta è andare a sbronzarsi a bestia da qualche altra parte, dove si entra giustamente gratis perchè all’interno l’unica esibizione è quella di bottiglie di superalcolici (la cui somministrazione oltretutto non mi risulta che nelle strade della suddetta movida sia gratuita, anzi tutt’altro). Un gestore mi disse che tutto sommato ne fa volentieri a meno di questa tipologia di avventori visto il loro evidente disinteresse: bravissimo. Allo stesso tempo però i conti non quadrano perchè non si capisce bene da dove il locale dovrebbe ricavare la copertura dei costi di un qualsivoglia spettacolo, e diventa naturale senza la speranza di maggiori introiti – di qualunque provenienza – ritrovarsi perlomeno scettici sull’evento di turno, giacchè almeno sulla carta ne potrebbe facilmente scaturire un ricavo minore rispetto ad una “normale” serata. Torna inevitabilmente alla mente l’indelebile ricordo degli Uzeda che suonano in un club semideserto mentre all’esterno decine e decine di “alternativi” attendono scalpitando la fine del concerto per entrare finalmente gratis, scandalizzati e offesi dall’abnorme pretesa di estorcere ad ognuno di loro ben cinquemila monete del vecchio conio. Anno di grazia 1995: fu proprio quella sera che i titolari del Base decisero stanchi e delusi di chiudere bottega, gettando il sottoscritto e pochi altri nella disperazione più totale. Ma possiamo dare loro torto? Direi proprio di no, visto che dopo quasi dodici anni nulla è cambiato. E questo ci porta dritti al dunque, un dunque su cui io ed il mio contestatore quella sera ci trovammo assolutamente d’accordo: spiace dirlo ma e’ estremamente probabile che per questo genere di cose a Pescara e dintorni non ci sia proprio pubblico. Certo si potrebbe sempre cercare di allargarlo con delle iniziative mirate (faccio un esempio a caso: anticipare l’orario di inizio dei concerti. Ma questa è un’altra storia, e se ve la siete persa rivolgetevi senza indugio al servizio arretrati). Però resta il fatto che se i grossi nomi riempiono lo stadio, quanta gente da queste parti pagherebbe mettiamo 18-20 euro per – che so – Mark Lanegan? Se un festival locale di musica rock ad ingresso gratuito e pubblicizzato sulle principali testate specializzate nazionali, con artisti da tutta Europa e non solo, riscuote un’affluenza magari anche soddisfacente ma comunque inferiore alle aspettative cosa vuol dire? Per quale motivo intanto impazzano ovunque le cover band? (Attenzione, prossimamente un mio articolo sulle cover band: poi dicono che il situazionismo è morto!) Meditate gente, meditate. Per il momento quello che sta per accadere è che il cosiddetto “rischio d’impresa” col passare del tempo assumerà proporzioni tali da indurre chi di dovere a proporre sempre meno concerti. Qualcuno magari si troverà addirittura costretto a chiudere i battenti. E cosa ne sarà dello sfortunato “pubblico”? Beh, suppongo che come al solito ricominceranno a frignare. Loro quoque, i principali responsabili di questo sfacelo. Qualche buontempone nel frattempo ha pensato bene di farmi presente fra le altre cose che se non faccio polemica nessuno mi caga: può darsi. Ai posteri l’ardua sentenza.

pubblico di merda!

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