Figli di cotanto padre

(scritto il 12/12/2K6 e inviato via email ad un amico – rieditato in data 9/4/2K8)

Che combinazione: giusto ieri sera ero in un noto pub irlandese con Bacco (!!!) e in sottofondo girava “Red letter days”, un bel disco dei Wallflowers che non riascoltavo da tempo. E pensavo tra me e me: minchia, forse se mi chiamassi Dylan o Lennon per sicurezza farei l’avvocato. Così, giusto per evitare rogne. Il più giovane rampollo di casa Lennon invece fino a poco fa si faceva chiamare – dimostrando perlomeno dubbio gusto – “Sean Ono Lennon”, e non è certo un caso perchè come si suol dire è tutto sua madre, e a me Yoko non è mai piaciuta: al di là delle sterili polemiche sul suo presunto ruolo nello scioglimento dei Beatles infatti l’ho sempre considerata del tutto priva di talento o quasi. Detto questo, devo ammettere che “Friendly fire” non è affatto un brutto disco, anzi, ma cè un problema: il suo principale punto di forza e punto debole insieme è che rappresenta un evidente passo indietro rispetto alla sua precedente e peraltro poco significativa produzione (un album d’esordio e una miriade di collaborazioni sempre all’insegna di quell’eccentricità pseudoniuiorchese che fa tanto tanto cool). E’ come se il giapponesino ad un certo punto avesse pensato “ok se continuo a fare lo sperimentatore stravagante non mi s’incula nessuno allora per evitare di fare la fine di mia madre potrei eliminare Ono dal cognome e registrare un bel disco alla John Lennon”. Con tanto di video featuring Asia Argento (bella, come pure è bello il video e bella “Dead meat”, la canzone scelta come singolo). Il punto è che un’altra persona molto più brava di Sean a fare “un bel disco alla John Lennon” esiste già e si chiama Julian Lennon (lo so, non è molto originale). Il primogenito di casa – forte evidentemente anche del fatto di non avere una madre rompicazzo – pur muovendosi palesemente nel solco lasciato dall’ingombrante genitore ha sempre fatto della coerenza ma soprattutto dell’umiltà il suo punto di forza. Dopo un volonteroso ma ahinoi poco significativo esordio, pieno di buone intenzioni ma tragicamente anni 80 (in copertina poveretto sembrava Limahl), seguito poco dopo dal classico disco di transizione, eccolo consegnare ai posteri il classico disco della maturità: un album pieno zeppo di belle canzoni, orchestrazioni alla George Martin e armonie da pelle d’oca, senza risultare per nulla pretenzioso ma anzi decisamente sincero ed ispirato e addirittura originale, nonostante la sua voce sembri inevitabilmente il frutto di un trucco da sala di registrazione stile “Free as a bird”. Il confronto col modello ispiratore è ovviamente impari ma i presupposti per evitare un’accusa di plagio paradossalmente risiedono proprio nella carta d’identità: coerentemente il cantautore inglese ha sempre proseguito con un basso profilo sulla strada del padre senza troppe velleità, e i risultati parlano chiaro. E difatti, stanco del music business e dei suoi rituali promozionali, con tre album più un best spalmati in quindici anni di carriera per un totale di oltre cinque milioni di copie vendute, Lennon che fa? Si ritira. Attualmente il figlio di Cynthia ha 44 anni e anzichè aprire un blog da dove insultare tutto ciò che gli capita a tiro si fa saggiamente un enorme scatolone di cazzi suoi e si occupa delle sue passioni di sempre: i viaggi, la fotografia e la ristorazione (è un ottimo cuoco e possiede un paio di ristoranti: molto Bill Wyman – yeah!). A quanto pare ha perfino una trentina di canzoni nel cassetto per un disco che magari un giorno uscirà, o magari no. Nell’attesa, anche solo per completezza vi consiglio l’ascolto di “Photograph smile” (1998). Dopodichè sarò molto lieto di riparlarne con voi all’alba all’Agip dello stadio possibilmente sbronzi lerci, urlando come degli ossessi e insultandoci reciprocamente rinfacciandoci ogni sorta di infamie vere o presunte: un settore in cui modestamente in passato non temevo rivali, come l’originale destinatario di questa recensione sicuramente ricorda molto bene.

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