Il club delle basse frequenze (e altre amenità molecolari)

Mi contattano dal Mono_Spazio_Bar -ma va!:)- per un concerto “last minute”, cioè fissato praticamente la sera prima: trattasi dei Low Frequency Club. Mai sentiti nominare. Accetto immediatamente quindi, anche perchè le basse frequenze mi sono sempre piaciute un casino. E faccio bene, anzi benissimo, perchè il trio bresciano (basso/tastiere/batteria) mi/ci offre un concerto veramente micidiale. Cosa suonano i LFC? Per capirci dovrei proseguire la sagra dell’acronimo e dirvi DFA o LCD, ma non sarebbe del tutto corretto: però al tempo stesso mi sarei spiegato abbastanza. La verità è che suonano funky, tuttavia in maniera appena più moderna di come lo avrebbe suonato, che so, il grande George Clinton. E soprattutto SUONANO!!!

A PROPOSITO: Uno di questi giorni sbroccherò come Michael Douglas nell’epocale “Falling down”, e potrete leggere sulla prima pagina del quotidiano d’Abbbruzzzzo del mio arresto dopo un rocambolesco inseguimento, mentre in giro per il capoluogo adriatico e dintorni stermino a colpi di fucile tutti i sedicenti digei che (oltre a reputarsi tali) bofonchiano abitualmente sorridenti l’improprio “stasera suono qui”, “domani suono lì”, e via puttanando.

Questi invece suonano sul serio, compatti, precisi e con un gruv della madonna, in un calderone ribollente di elettronica, tastieroni e campionamenti assortiti. Black music cibernetica potremmo dire. Non si limitano dunque a ragliare svogliatamente su una sciapita base proveniente da un minidisc, un iPod o quando va bene un pc che si pianta, come fanno tanti indie-rockers danzerecci del cazzo col pulloverino sdrucito e la parrucca. A tratti sbuca perfino un vocoder, usato per fortuna con la debita moderazione evitando quindi l’agghiacciante effetto “Daft Panc de noantri”. A dispetto del florilegio di tecnologia vecchia e nuova però sono dell’opinione che se malauguratamente gli dovessero fottere il Mac -visto che non si pianta- i LFC il concerto lo possono SUONARE (appunto!) lo stesso, a differenza di tanti illustri colleghi. Il mummificato pubblico pescarota, che non balla neanche se gli infili una pasticca di ecstasy su per il buco del culo, sembrava incredibilmente gradire: qualcuno tra una Beamish, una telefonata e un bacetto svogliato alla uagliona batteva persino il piede.

A PROPOSITO (part 2): Non è del tutto vero: “quelli che vanno in discoteca” ballano. Tutti gli altri no: altrimenti “andrebbero in discoteca”. “Al concerto” invece non si balla, non si poga, quasi nemmeno si sorride (la logistica dei locali pescaroti peraltro com’è noto si presta molto bene a causare ferimenti anche assai gravi in caso di pogo e/o danze sfrenate, quindi forse meglio così). Nei locali “alternativi” invece si comincia a ballare solo se e quando attacca il digei-zerbino di turno (maggiori info in questo post). La crisi economica, il recupero in pompa magna degli anni ’80 e l’inevitabile ciclo dei flussi e riflussi storici hanno fatto il resto, determinando il lento ma inesorabile ritorno negli scompartimenti e quindi una drastica suddivisione a mo’ di festa delle medie, coi ragazzi da una parte e le ragazze dall’altra: metallari, discotecari, darkettoni… tutti rigorosamente separati e possibilmente in rotta l’uno con l’altro, con le loro divise d’ordinanza e le loro brave locations di riferimento, in un agghiacciante “tutti contro tutti” da cui ovviamente non ricava un fico secco nessuno. Ci manca solo che tornano pure i paninari. La festa è finita, Walk this way non è servita a un cazzo, lasciateci nel ghetto ancora un po’. Avanti un altro.

A PROPOSITO DI WALK THIS WAY: Ieri mi è arrivata un’email grazie alla quale ho scoperto di essere “un prime mover” e “praticamente una leggenda dagli anni novanta a oggi”. Capitasse più spesso… ringrazio commosso comunque.

Dopo l’esibizione, mentre acquistavo solerte cd e t-shirt, il bassista mi chiedeva qualche difetto. Di solito in questi casi mi scaravento a colpo sicuro sul derivativo, ma a sto giro non sapevo proprio che dire… posso solo aggiungere che essendo piuttosto giovani un domani potremmo vederne davvero delle belle. E poi finalmente qualcosa di figo, interessante, diverso, anche e soprattutto concettualmente, dai soliti concertini indie (dove se per caso vai a tempo o hai la chitarra accordata ti cacciano immediatamente dalla band, se il tuo disco suona bene sei un venduto al sistema e se addirittura vendi dischi sei proprio uno stronzo) o da tutti questi gruppi neohard/sludge/grunge/goth/stoner del cazzo che veramente non se ne può più.

Non ve ne sbatte una minchia delle mie fandonie? Beh, dopotutto siamo in un paese democratico (ancora per poco). Curiosi? Fate bene. Date un’occhiata qui e se vi capita andate a sentire i Low Frequency Club perchè ne vale davvero la pena. Mi sono perfino divertito. Chapeau. Alla prossima raga! 😉

Low Frequency Club

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4 Responses to Il club delle basse frequenze (e altre amenità molecolari)

  1. pimpumpam ha detto:

    Bhe…fantastico.. se la gente ha ballato è grazie anche a te e ai tuoi suoni!
    Francesco (merchandiser – ubriacone ecc…)

  2. molecola ha detto:

    grazie del complimento ma forse hai leggermente frainteso: quando scrivo che qualcuno batteva il piede intendevo proprio quello e non che la gente ballasse (infatti non ballavano: era una lamentela – l’ennesima). il senso della cosa in pratica è “erano talmente gasati che battevano il tempo col piede”. parlo io poi che non sono mai stato sto gran ballerino anche se ai tempi col dovuto supporto etilico…. a proposito com’era la wodka? 😉

  3. bonito ha detto:

    Onorato..
    grazie Molecola per il post.. davvero!
    .. complimenti ancora da parte nostra per la disponibilità e l’impeccabile supporto tecnico.
    ah… la prossima volta che passi al mono porgi le nostre scuse ai ragazzi, magari abbiamo un poco esagerato.. ma quando la serata è bella..

  4. Gio Glitterball ha detto:

    Visto che me li son persi non farò lo stesso il 28 giugno all’indie rocket.

    p.s.
    post a dir poco irresistibile

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