Love Live – The Cult live @ Estragon (Bologna, 29/09/2009)

Ian Astbury 2009L’occasione era di quelle ghiotte: l’unica data italiana del tour celebrativo dell’album “Love”, partito in Agosto da San Diego con un immediato sold out e proseguito poi in USA ed Europa: per chi come il sottoscritto è stato adolescente a metà dei fatidici anni ’80, meglio della macchina del tempo, considerato oltretutto che il concerto si basa sull’esecuzione integrale del disco che ha fatto da trampolino di lancio per la band inglese nell’ormai remoto 1985. Chi scrive è poi sempre stato un grande estimatore dei Cult: visti dal vivo ai tempi di “Electric”, avevo avuto anche modo di ammirarli lo scorso anno a Roma con la nuova formazione ormai tutta americana.

Il capannone che da qualche tempo ospita la nuova sede dell’Estragon è letteralmente stracolmo di gente, che deborda anche all’esterno: mai visto niente di simile. Il pubblico tra l’altro rumoreggia palesemente, poichè per un equivoco il concerto era stato annunciato dai media alle 21, ma l’orario reale di inizio saranno le 22.30, e ovviamente si parte con l’anthem “Nirvana”: stasera era  ampiamente previsto, l’anno scorso a Roma invece fu una piacevolissima sorpresa. Il pubblico bolognese subito esplode. La band come immaginavo è in forma smagliante, e l’impatto è devastante: i Cult degli “anni zero” sono una macchina da guerra rodatissima ed entusiasmante, trascinanti veramente come pochi, e riescono alla grande nell’impresa di riproporre materiale ormai vecchio di un quarto di secolo senza scadere nel patetico o nel nostalgico, nè tantomeno in soluzioni di arrangiamento pacchiane, magari nel becero tentativo di modernizzare il proprio repertorio. A ben vedere infatti le canzoni sono quelle, nè più nè meno, ma suonate con una grinta e una precisione tali da rasentare la ferocia. Dimenticatevi pure quegli scialbi bootleg con Ian Astbury stonato e/o afono: il frontman -che nel frattempo pare abbia chiuso con la vita dissoluta, sarà poi vero?- sa bene che alle soglie della mezza età la voce non può essere più quella di un tempo, ma ora se la gioca con carisma, determinazione e un pizzico di furbizia da grande animale da palcoscenico qual’è, e soprattutto senza risparmiarsi un attimo. Mentre la mia amica cerca di convincermi che il buon vecchio Ian somiglia di brutto ad un suo docente di corso di origini toscane, io invece realizzo improvvisamente che dopo una vita intera di tentativi è finalmente riuscito nell’impresa di trasfigurarsi nel suo idolo dichiarato di sempre: Jim Morrison, l’ultima versione con barba lunga e capelli incolti per la precisione.  Da segnalare in negativo una ricca serie di amnesie sui testi, di cui per inciso Astbury sarebbe anche l’autore. Duffy da par suo, con il suo look alla eterno Billy Idol, macina riff su riff e assoli su assoli, e per riproporre fedelmente il sound di “Love” sfoggia ben due White Falcon identiche che saggiamente alterna. L’implacabile sezione ritmica si conferma una delle migliori sulla piazza, e dà il meglio di sè nella sezione centrale della portentosa “Phoenix” (già ai tempi tra le mie preferite in assoluto dell’album), con il duello tra il mostruoso basso superfuzz di Chris Wyse e il poderoso ma precisissimo drumming di John Tempesta, che in questo contesto molto intelligentemente fa il batterista dei Cult e non appunto… John Tempesta! Il potente musicista infatti (e considerate che per tutta una serie di circostanze ho passato il pomeriggio ad ascoltare Deen Castronovo!) ha un pedigree da pelle d’oca: Exodus, Testament, Tony Iommi , ma soprattutto White Zombie ed Helmet. Menzione d’onore anche per  il serbo-californiano Mike Dimkich, nei Cult dal lontano 1993 (solo dal vivo però): suonare la chitarra ritmica dietro a un leader così ingombrante non è mai cosa semplice, ma lui -per quanto sempre un po’ defilato nel mix- se la cava egregiamente, e soprattutto “riempie” bene durante i numerosissimi assoli del capo (a dispetto di un look perlomeno singolare!). […] Con “Black angel” si chiudeva “Love” e si chiude anche questo set celebrativo.

Pausa per riprendere fiato (in tutti i sensi!), poi i Cult risalgono sul palco per il prevedibile secondo tempo a base di greatest hits: Billy ha imbracciato la fida Les Paul, la cosa suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti, e infatti si riparte di slancio con l’accoppiata “Electric ocean”/ “Wild flower”! Seguono una serie di classici più è meno recenti, tra cui una sorprendente “Sun king” (che il solito superesperto regolarmente incontrato a fine show mi confermerà non eseguita dal vivo per lustri), e il singolo del 2007 “Dirty little rockstar”, assolutamente trascinante con quel riff vagamente ispirato al Keith Richards di “Undercover of the night” ma spalmato su una cassa in quattro anni ’90 di sapore appunto molto White Zombie. Gran finale con “Love removal machine”, in un tripudio di cori e tamburelli.

Sudore a fiumi, pubblico esausto ma felice, merchandising preso d’assalto e la convinzione che questi quasi-cinquantenni fanno mangiare la polvere a buona parte delle nuove generazioni di sedicenti/aspiranti rockers. Convinzione ahimè rafforzata dalla quasi totale assenza di under 30, che invece come dicevo prima avrebbero decisamente trovato pane per i loro denti. Ma ovviamente non si tratta di materia musicale appetibile per tutti quei fighetti em(o)aciati con i vestitini alla moda e le chitarre lucide che sembrano appena uscite dalla scatola, e altrettanto ovviamente appena vi risento parlare di “rock italiano” prendervi a calci sarà un vero piacere.

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9 Responses to Love Live – The Cult live @ Estragon (Bologna, 29/09/2009)

  1. Flavio ha detto:

    C’ero anch’io… Confermo la forma stratosferica del gruppo… ma vedere Ian che leggeva i testi da un quadernone nascosto dietro il monitor… hahaha
    Sun King non la eseguivano in Italia da un sacco di tempo, ma nei loro ultimi tour era spesso in scaletta… (ricordo ancora di averla ammirata nel lontano 1991 a Roma!!).
    Speravo in qualcosa di esotico, tipo Zap City.
    Judith e Little Face facevano parte solo della riedizione su cd degli anni ’90, quindi non sono state considerate.
    Tutto sommato li ho preferiti due anni fa!

    • molecola ha detto:

      ti ho citato infatti! ti ho citato come superesperto e ho fatto bene perchè (oltre ad avermi fornito le info su sun king) mi correggi uno strafalcione: judith e little face erano infatti b-sides, sono appena andato a tirare fuori il 7″ di rain per conferma. la vecchiaia comincia a fare brutti scherzi… a fregarmi è stato il fatto che nella ristampa in questione, che possiedo da tempo, non sono state messe in fondo come di consueto in questi casi bensì sono state “messe in scaletta”, cosa che oltre ad essere filologicamente scorretta disapprovo in toto soprattutto perchè va ad alterare il flow originale del disco. già che ci siamo sono andato a curiosare un po’ e ho scoperto che le due song in questione sono presenti in alcune tirature della prima stampa su cd di “love”, mentre nelle riedizioni degli anni 90 c’erano come bonus altre cose più recenti.
      in tutto ciò conta solo che non ho più il vinile. 😦
      tu comunque sui cult sei sempre il più invasato!

      PS
      a seguito della tua rettifica ho preferito cancellare dalla mia recensione il passaggio su “judith” e “little face”: tutto sommato si trattava di un’informazione inesatta.

  2. Ivan ha detto:

    C’ero anch’io…e confermo anch’io l’ottima recensione.
    Solo un paio di appunti: Ian Astbury salta/storpia regolarmente i testi delle sue canzoni da sempre (i Cult li ho visti per la prima volta a Milano nel ’92 o giù di lì); un po’ perchè si fa travolgere dal flusso musicale e forse finisce per perdersi (nell’intento di perdersi), un po’ perchè è sempre alla ricerca di ispirazione e di rinnovare la forma per produrre nuovi stimoli.
    Io credo che se sei un artista autentico, puoi ammettere che la forma (di un testo come di un riff di chitarra) non sia mai definitiva, ma possa sempre diciamo mutare in qualcos’altro.
    E d’altronde un disco nella sua perfezione è sempre il frutto di decine (se non centinaia) di sovraincisioni, di svariate versioni (soprattutto per quanto riguarda l’interpretazione vocale), delle quali viene scelta la migliore (o addirittura LE migliori incollate ad hoc).
    Ragion per cui apprezzo coloro che tendono a reinterpretare i propri brani, piuttosto che attenersi scrupolosamente (o brutalmente?) all’originale. Non voglio andare oltre, si potrebbe arrivare a parlare del concetto di “opera aperta” parafrasando Umberto Eco, ma non è il caso.

    In secundis non so quante persone all’Estragon si siano accorte di una chicca che spero possa essere confermata da qualche video su youtube:
    Sul finale di Brother Wolf, Sister Moon Ian cita alcuni versi tratti da “The End” dei Doors, se non sbaglio erano questi:
    The killer awoke before dawn
    He put his boots on
    He took a face from the ancient gallery
    And he walked on down the hall

    Ancora complimenti per la bella recensione, e speriamo che nel futuro della musica rock ci sia ancora spazio per nuove band che, come i Cult, siano alla ricerca di qualcosa di più di un ritornello accativante e di pose da star da offrire al proprio pubblico.

    • Molecola ha detto:

      ciao ivan
      il fenomeno di cui parli è in effetti risaputo (anch’io ho visto i cult per la prima volta nell’88, tour di “electric”), però flavio parlava di quadernone con i testi: non molto rock’n’roll ne converrai.
      per quanto riguarda la chicca non posso essere di aiuto, considerando anche che a differenza del vecchio ian a me i doors non sono mai piaciuti.
      grazie per i complimenti, ma appunto andrebbero fatti prima di tutto alla band (che poi oddio per quanto riguarda le pose da star è un’autorità indiscussa, anche se per fortuna come dici tu sotto c’è molta ma molta sostanza!).

  3. ivan ha detto:

    ciao molecola
    d’accordo su tutto.
    Per la chicca, ho scovato poi su youtube la prova che conferma quello che avevo sentito io all’Estragon (meno male, perchè mi stava venendo il dubbio di aver avuto delle allucinazioni uditive!).
    Al minuto 6:00 http://www.youtube.com/watch?v=BbXX4NQieKI

    PS Peccato che ti manchino in lista i Doors, prova a riascoltarli e dagli un’altra chance!

  4. dK ha detto:

    Questa è una bella chicca, complimenti per l’udito raffinato! Io ho avuto la fortuna di seguire il concerto del 10 ottobre alla Royal Albert Hall, piacevolissima esperienza sensoriale… con tanto di reunion della formazione originale di “Love” per la durata di due canzoni: The Phoenix e She Sells Sanctuary. Non sono mai stato un fanatico dei Cult, ma questo concerto mi ha aperto gli occhi…
    Ciao a tutti!
    PS: se vi interessa il mio report della data londinese vi lascio il link del mio blog: http://noonelistening.wordpress.com/2009/10/18/the-cult-london-2009/

  5. Ivan ha detto:

    … scusate ma il batterista, non era italiano, di Bari? il nome non lo ricordo … qualcosa che fa rima con bacardi …

    • molecola ha detto:

      alla batteria da parecchi anni ormai c’è john tempesta, americano nato a new york.
      astbury in effetti ha farfugliato qualcosa del genere, come riportato anche qui:
      http://www.metallus.it/concerto.asp?id=538&p=last
      ma non si è capito granchè. probabilmente la famiglia del batterista in questione ha origini italiane (magari appunto baresi, i classici nonni, la valigia di cartone, la nave ecc. ecc.) e astbury quando suonano in italia ne approfitta per scherzarci un po’ su. è un’ipotesi ma mi sembra l’unica che sta in piedi.

  6. danilopao ha detto:

    bella recensione!!!
    io però mi faccio schifo.
    sto sempre a legge notizie su internet, e neanche sapevo di questo tour
    celebrativo…
    in compenso però mi ricordo benissimo il concerto dei Cult al
    teatro tenda a strisce di Roma, da poco era uscito lo splendido album dei Cult
    e il concerto fù strepitoso!!
    sto scaricando love da itunes.

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