Le giostre sono per gli scemi?

“Le giostre sono per gli scemi”, se questa fosse una pagina di Wikipedia, “è un libro”. Per la precisione, si tratta dell’esordio sulla lunga distanza di Barbara Di Gregorio, giovane scrittrice abruzzese con trascorsi bolognesi (prima di lei il capoluogo felsineo era noto ai più giusto per avere dato i natali al sottoscritto, e poco altro). Lo consegnano per ora alle migliori librerie dello stivale e solo in un secondo momento ai posteri nientepopodimeno che i tipi di Rizzoli: proprio loro, gli editori di “Novella 2000”. Le circa 280 pagine rilegate saranno dunque vostre per la modica cifra di 18 euri, IVA al 4% inclusa.

Per una questione di onestà intellettuale voglio fare una premessa: chi scrive conosce personalmente l’autrice, cosa che porta inevitabilmente con sè il rischio di incrinare l’obiettività del giudizio. Tuttavia devo anche ammettere che quanto ho appena affermato è quasi falso, visto che “conoscere personalmente l’autrice” nel nostro caso è oggettivamente impresa assai ardua: la signorina infatti vive circondata da una coltre di riservatezza impenetrabile, che la colloca ai limiti dell’enigmatico. La cosa a scanso di equivoci le fa parecchio onore, soprattutto in quest’epoca sempre più chiassosa, e sono relativamente certo che le potrà tornare parecchio utile per fronteggiare la forzata immersione nel magico mondo dell’editoria italiota, con il conseguente caos -mediatico e non- che spesso e volentieri purtroppo ne consegue. A conti fatti dunque quel poco che so in realtà finisce per consistere semplicemente in quel poco che lei consente di lasciar trapelare all’esterno. Quindi direi che possiamo confidare in un’analisi il più possibile obiettiva, visto che appunto in realtà non ne so gran che, e considerato anche che per quanti sforzi abbia fatto in tal senso non sono finora riuscito a leggere altro (a parte un breve racconto su un quotidiano locale, che comunque non mi aveva neanche entusiasmato e il cui protagonista ho successivamente scoperto essere peraltro uno spin-off dal romanzo di esordio).

La trama ho deciso di non raccontarvela più di tanto: non farei altro che allungare ulteriormente il brodo, e presumo sia reperibile pressoché ovunque con una banale googlata. Ambientato a Pescara (ridente cittadina adriatica finora nota ai più giusto per essere l’attuale località di residenza del sottoscritto, e poco altro), il romanzo a grandi linee è la storia del complicato rapporto tra due fratelli di padre diverso, della loro famiglia e del loro passato con cui vorrebbero riuscire a fare i conti. Presumo che la critica tradizionale lo etichetterebbe come un cosiddetto “romanzo di formazione”, e in realtà lo è, ma io non sono un critico letterario tradizionale -anzi non sono proprio un critico letterario- e preferisco vederlo, almeno nelle sue modalità narrative, come un thriller psicologico: la partenza lentissima, che poi contro ogni previsione non va accelerando man mano che si procede con la lettura, mi ha fatto da subito pensare proprio a quel tipo di linguaggio. Il racconto procede lentamente dunque, e questo mio elogio della lentezza dipende dal fatto che l’ho trovata assai funzionale a farci calare in profondità nell’immaginario e nell’interiorità dei personaggi, che oltretutto vivono situazioni vicine al degrado. “Degrado” inteso non in senso di violenza, droga, crimine e altre amenità del genere, bensì in senso lato, in un’accezione sociale di famiglie pressoché inesistenti e adolescenti alquanto in balia di sè stessi, e oltretutto in un contesto urbano che conosco piuttosto bene. E a me le storie di degrado, concreto o “virtuale” che sia, sono sempre piaciute un casino. La piazza, gli amici, la pallacanestro, il motorino, tutto scorre dunque in una snervante normalità scazzata e ai confini con la noia per i protagonisti, mentre nel frattempo veniamo informati della storia della loro famiglia. La dimensione da thriller è talmente pronunciata che quando il romanzo -fino a un certo punto disperatamente e saldamente aggrappato alla realtà, una realtà oltretutto assai poco accattivante- dalla metà in poi prende una piega che definire surreale è dire poco, rasentando addirittura il fantasy (purché non pensiate a Tolkien, naturalmente), il tutto avviene con estrema e perciò altrettanto surreale disinvoltura, e così a conti fatti nell’economia della storia cambia apparentemente molto poco: il ritmo della narrazione infatti -che dopo una sorta di colpo di scena ci si aspetterebbe salire automaticamente- resta pressoché inalterato, eccezion fatta per la suddivisione dei capitoli che fino a quel momento erano stati dedicati di volta in volta ad uno solo dei due fratelli, alternativamente, e che ora invece diventano “misti”. Sembrerebbe quasi che non sia successo nulla dunque, e invece è cambiato tutto. Ma è soltanto la prospettiva ad essere mutata, quasi stravolta, e quindi si comincia a realizzare che con lo scorrere delle pagine proprio quella lentezza di cui sopra è paradossalmente riuscita a rendere la storia avvincente, solo che il lettore non ha avuto modo di rendersene conto più di tanto, perché il libro effettivamente è scritto talmente bene che quella vicenda pallosa di periferia e giostre nel frattempo gli è entrata nelle ossa come un malanno di stagione, e si inizia quasi ad ansimare per saperne sempre di più su quei due rincoglioniti e il loro piccolo mondo così poco interessante. Anche il cosiddetto “colpo di scena” in fondo era stato ampiamente annunciato, e pure spesso, in tutta la prima parte: ma solo tra le righe, mentre la tua mente era distratta da cibi congelati, spinelli e traslochi, con un espediente narrativo che a me ha ricordato moltissimo “Profondo rosso” (che poi oltre a non essere un romanzo non ne è neanche la trasposizione cinematografica, per inciso). Sono piuttosto certo peraltro del fatto che questo delirante parallelismo sia soltanto mio: è che ho bisogno di conferme sulla mia tesi del thriller, e ho appena deciso di darmele da solo. Sono sicuro che mi perdonerete. Tutto il libro è costruito comunque su una serie di metafore che si incastrano tra di loro in un gioco di rimandi, e non svelerò neanche quelle, ma le potremmo riassumere in senso sia reale che figurato nella cosiddetta “paura di volare”, per dirla alla Erica Jong (ma il sesso qui c’entra poco, se non per le occasionali e “convincenti” scopate che per uno dei fratelli costituiscono il dazio da pagare ad una compagna che non desidera e non ha mai desiderato, ma della quale ha avuto necessità come pretesto per allontanarsi da una famiglia che non desidera e in cui non si riconosce più, in ossequio -magari involontario- ad una delle tesi del libro in base alla quale l’essere umano ha difficoltà a intraprendere determinate azioni senza lo stimolo di una motivazione scatenante). Ad un certo punto ci si ritrova alla sequenza finale, che a qualcuno potrebbe sembrare addirittura deludente se non si realizza prima -almeno per me è stato così- che il libro in pratica è già finito, o meglio ha già esaurito il suo compito qualche pagina prima. Interpretazione ovviamente del tutto personale, ma a me non piace l’ubiquo “finale ad effetto”, che in questo caso oltretutto sarebbe stato completamente fuori luogo: per cui ho preferito vedere l’ultima scena come quella “sulla” quale  -e non “dopo” la quale- scorrono i titoli di coda.

“Barbara Di Gregorio”, si legge in quarta di copertina, “ha scritto un romanzo che […] ti pugnala al cuore pagina dopo pagina”: nel caso del sottoscritto in veste di lettore, l’ignoto autore del commento è stato decisamente ottimista, visto che personalmente il libro mi ha pugnalato al cuore sillaba dopo sillaba, perlomeno da un certo punto in poi. Ma questa è mera soggettività, e dopotutto la storia personale di un recensore, per quanto improvvisato, non costituisce materia di recensione a sua volta. Un libro assolutamente poco “italiano”? Confermo, e per me è un pregio. Un esordio che non sembra tale soprattutto, per il linguaggio usato e per l’abilità prodotta nella scrittura: la storia potrà anche piacere o meno, ma per quanto mi riguarda riuscire a fare convivere in maniera talmente disarmante una vicenda umana apparentemente poco interessante (nonché per certi versi di per sè ai limiti della banalità) con altre vicende invece ai limiti del sovrannaturale, senza perdere di concretezza e anzi nell’ambito della progressiva rivelazione di un disegno superiore assolutamente spiazzante, non mi pare roba di tutti i giorni. Pensavo di chiudere con un classico “se son rose, fioriranno”, ma mi sembra di una banalità inaudita: preferisco un classico “in bocca al lupo”, anche perché a quanto mi risulta lo preferisce anche l’autrice.

Probabilmente non si è capito gran che se non che il libro mi è piaciuto molto, ma non dovendolo vendere io non mi sembra un problema insormontabile. Quello che invece è purtroppo sotto gli occhi di tutti è l’ormai tristemente nota prolissità molecolare: sfortunatamente tra i miei innumerevoli pregi non rientra affatto il dono della sintesi, come avrete già capito da voi. Per dire, se un libro tipo questo lo dovessi scrivere io ci metterei almeno mezza vita: la metà che all’incirca mi è rimasta oltretutto, per essere precisi. E invariabilmente ne uscirebbe fuori una roba tipo la Treccani, che poi qualche anima pia di editore saggiamente deciderebbe di ristampare in una sorta di inusuale formato “pocket” della stazza di “Guerra e pace”. E’ che mi piace scrivere, ma mi serve sempre un pretesto, come appunto in questo caso, e come sostiene anche il libro in questione. E quindi quando trovo qualcosa di cui scrivere in un certo senso mi sfogo.

Mi dicono infine dalla regia che per essere credibile dovrei indicare almeno un difetto: bene, non ne sono affatto sicuro, ma mi pare di ricordare che Barbara sia nata a Chieti. Senza offesa e che nessuno me ne voglia, ma sapete, noi in provincia siamo purtroppo costretti a nutrirci del campanilismo più becero, e non solo all’uscita degli stadi. E’ che scherzi a parte al momento non mi viene in mente proprio nulla di ben definito, e quindi lascio volentieri la caccia all’errore al critico professionista di belle speranze di turno.

Le giostre sono per gli scemi, dunque? Parrebbe di no, perché le giostre a ben vedere in linea di massima piacciono un po’ a tutti. Solo che in fondo si tratta di una situazione puramente di comodo, come questo bel romanzo ci spiega quasi con crudeltà. Ma anche se le giostre vengono tradizionalmente associate a situazioni festose, non è che alla fin fine siano qualcosa di così poi tanto allegro come potrebbe sembrare a prima vista: un po’ come i clown se ci pensate, e infatti anche il mondo del circo ha un ruolo di un certo rilievo nel libro.

I conti tornano insomma, altro che cazzi.

 

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One Response to Le giostre sono per gli scemi?

  1. traslochi ha detto:

    Un libro ambientato a Pescara? Assolutamente da cercare! Grazie per la segnalazione. P.S. Giostre + Pescara mi riportano all’infanzia e alle feste dei Colli e di Sant’andrea…

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