Vent’anni e non sentirli, decisamente.

Il 24 Settembre  1991 ero a Bologna: la mia ex-città, come mi piace chiamarla affettuosamente. In realtà è semplicemente il posto dove sono nato e cresciuto, finchè nei primissimi anni ’70 -alle soglie del primo anno scolastico- qualcuno mi ha trascinato senza chiedere il mio parere in quello che a posteriori ho fieramente definito “il letamaio adriatico”. Ebbene, nell’autunno precedente, mi ero iscritto a Pescara ad un corso per tecnico del suono patrocinato dalla Regione Abruzzo: ovviamente si trattava di una cagata assurda, approssimativa e dozzinale, che non mi insegnò nulla che già non sapessi, salvo che per il migliore in campo era previsto un mese di stage estivo in un prestigioso studio di registrazione del capoluogo emiliano, obiettivo puntualmente centrato (non che fosse così difficile, in effetti). E a fine estate, a chiusura delle lezioni, stage di tre giorni per tutti i corsisti nel medesimo studio: eccomi dunque di nuovo a Bologna! Ma in quel lontano giorno di settembre, in tutta sincerità, del corso e dello studio non me ne importava un fico secco: sapevo che quello era il giorno schedulato dalla Geffen Records per l’uscita in contemporanea mondiale di “Nevermind”, il secondo album dei Nirvana, band americana emergente su cui il colosso discografico statunitense aveva deciso di giocarsi tutte le sue carte. Il vostro affezionato in realtà era un fan dei Nirvana della primissima ora, possedeva praticamente tutta la loro esigua discografia fino a quel momento pubblicata, e già scontava il fallimento -un paio d’anni prima- di una spedizione di pescaresi al Bloom di Mezzago (MI) proprio per vedere i suoi nuovi giovani beniamini, che aprivano il tour europeo degli allora ben più noti Tad (quartetto hard rock di Seattle capitanato dal corpulento frontman Tad Doyle). Fibrillazione molecolare, dunque. Oltretutto sapevo che già da qualche tempo circolava il video del nuovo singolo, ma non avevo MTV e non essendoci ovviamente YouTube e similari non lo avevo beccato altrove, dunque potevo solo fidarmi di opinioni peraltro anche contrastanti (“si sono sputtanati!!!”). Insomma, non avevo ancora ascoltato nulla. Nel pomeriggio mi reco quindi allo storico “Disco d’oro” di via Galliera, che nel corso degli anni ’80 avevo ampiamente foraggiato coi miei risparmi di adolescente, solo per sentirmi dire che il pacco contenente l’ambito disco non era ancora stato consegnato e che sarei dovuto tornare più tardi. Ringrazio e mi dirigo senza indugio dalla concorrenza, Underground Records di via Malcontenti, giovane e dinamico record shop di recente costituzione e grandi ambizioni (in seguito avrebbe anche pubblicato “Stanze”, fulminante esordio discografico dei bolognesi Massimo Volume). Stessa risposta, ovviamente. Appariva chiaro che i due pacchi erano contenuti nel medesimo furgone, e che contava solo beccare il primo dei due negozi servito dal corriere: inizia dunque un’estenuante staffetta molecolare da un negozio all’altro, finchè intercetto il prezioso pacco al Disco d’Oro, dove viene aperto davanti ai miei occhi. Acquisto a scatola chiusa e torno al mio hotel, scoprendo che il mio coinquilino era assente: molto bene. Lettore cd portatile e cuffie, parte “Smells like teen spirit”: per quanto sorpreso dall’evidente sterzata, penso “cazzo, mica male” ma non mi entusiasmo. Questa sorta di indifferenza però ha avuto breve vita, perchè all’ingresso dei cori sulla seconda metà del primo ritornello di “In bloom” il vostro affezionato abbandona quella che è stata recentemente definita la sua “aria da tagliagole” per scoppiare in un pianto dirotto, di commozione ovviamente. Quel pomeriggio ho ascoltato l’intero album due o tre volte di seguito credo, e il giudizio è stato a dir poco entusiasta: e nonostante come ho detto fossi un fan della prima ora e dunque in un certo senso un purista, non solo ho apprezzato molto la contestatissima “svolta” compositiva del trio di Seattle, ma ho anche trovato molto più riusciti gli episodi più smaccatamente melodici, in palese contrasto con la produzione precedente della band. E a proposito di produzione, vista anche la professione che mi accingevo ad intraprendere proprio in quel periodo, trovai la produzione, gli arrangiamenti e il suono in generale di “Nevermind” assolutamente impeccabili. Un prodotto mainstream certamente, confezionato con furbizia, ma confezionato anche con sapienza e gusto. Cobain era risaputamente poco soddisfatto dei risultati, pur avendo scelto personalmente sia il produttore (Butch Vig, batterista dei Garbage) che il fonico che ha mixato l’album, il pluripremiato Andy Wallace, che catturò l’attenzione di Cobain perchè il primo nome in cima alla lista dei suoi credits discografici che si era fatto fornire dall’etichetta erano nientepopodimeno che gli Slayer! Non a caso la premiata ditta Vig/Wallace avrebbe successivamente sfornato sempre per la Geffen il seminale (e “pop” anche lui, in qualche modo) “Dirty” dei Sonic Youth. Ma reclami del compianto Kurt a parte, “Nevermind” era semplicemente il disco giusto al momento giusto, e il revisionismo attuale per quanto mi riguarda può tranquillamente andare a farsi fottere. Non mi soffermerò sul valore di questo importantissimo album, sul suo ruolo di spartiacque musicale, sociale e culturale al tempo stesso, su tutto ciò che insomma è stato ampiamente sviscerato in questi vent’anni. Volevo solo raccontare la mia esperienza in occasione di un anniversario importantissimo, e come al solito ribadire che si stava meglio quando si stava peggio: vi dico solo che lo stesso giorno uscì anche un altro disco curiosamente intitolato  “Blood sugar sex magic”, tanto per dirne una. E se infine postare il video di una qualunque canzone tratta da “Nevermind” allo stato attuale delle cose sarebbe assolutamente superfluo, e soprattutto nulla aggiungerebbe e nulla toglierebbe a quanto ci siamo detti finora, preferisco farvi raccontare da mr. Butch Vig in persona la costruzione di quel famoso ritornello che fece scoppiare in lacrime il vostro eroe, e capirete come la mia reazione non fosse un caso ma fosse assolutamente cercata, impiegando a regola d’arte tecniche mutuate nientepopodimeno che dai Beatles. E pensare che c’è ancora tanta gente in giro che considera “pop” una brutta parola. Poveretti.

P.S.
Un giorno o l’altro vi racconterò di come al nostro eroe capitò in maniera alquanto rocambolesca di assistere non ad uno bensì a due concerti dei Nirvana, nel novembre dello stesso anno (“the year the punk broke”).

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