La casa sul mare – Storia e storie dell’Hana Bi (di Arturo Compagnoni)

Pubblico volentieri questo bell’articolo uscito sul numero di Giugno 2012 del mensile musicale “Rumore” a firma di Arturo Compagnoni, che ringrazio per la disponibilità e la concessione. Descrive molto bene una piccola grande realtà, molto particolare e forse unica nel panorama nazionale. Come anche l’autore ha molto correttamente premesso, devo ammettere che sono di parte perchè conosco personalmente uno dei gestori (nonchè direttore artistico), tuttavia ritengo che la validità di quanto avviene all’Hana Bi sia del tutto indiscutibile e in un mondo ideale potrebbe servire da modello per molti. All’atto pratico invece con ogni probabilità resterà un caso isolato, e forse è meglio così.

Hana Bi

Scorrendo la carta geografica della Romagna dall’alto verso il basso, Marina di Ravenna è il primo dei lidi sud della costa ravennate, una lunga fila di piccoli paesi situati a seguire il canale Corsini, naviglio che collega Ravenna con l’Adriatico.

Due sono le immagini che colpiscono la prima volta che ti avvicini al litorale ed entrambe risultano contrapposte in maniera piuttosto netta alla tipica rappresentazione da cartolina che fotografa una qualunque località turistica: l’infinita progressione di ciminiere che si alzano in lontananza sulla sinistra, testimonianza ben visibile del polo petrolchimico che ha sede nel porto di Ravenna, poi una volta arrivati sul posto l’evidente inesistenza di una passeggiata che accompagni il lungomare: una interminabile pineta separa difatti la costa dalla strada che la fiancheggia.
Niente di irreparabile, ma un biglietto da visita non propriamente da incorniciare.
Ciò nonostante a partire dalla fine degli anni ‘90 Marina ha conosciuto un clamoroso boom, diventando un luogo di tendenza capace di oscurare il mito di altri più celebri nomi rivieraschi. Due i fattori che ne hanno veicolato l’esplosione, messi in moto dai locali stabilimenti balneari che hanno fatto della specializzazione la loro caratteristica fondamentale: il tennis giocato sulla spiaggia (beach tennis, appunto) e gli happy hour che hanno repentinamente animato la battigia trasformandola in un gigantesco dance floor.

Parcheggiata la macchina lungo la strada, infilarsi nei sentieri sabbiosi e ingombri di aghi di pino che la collegano al mare dà la sensazione di essere finiti dentro un b-movie americano dei ‘70 piuttosto che all’estremo lembo della riviera di Romagna, tanto che quando ti siedi in spiaggia mentre il sole sta calando alle spalle dietro la pineta ti aspetti di vedere spuntare i surf all’orizzonte, con le piattaforme petrolifere a far da sfondo.
E in effetti quando il vento si agita e il mare si muove, le tavole viaggiano davvero sull’acqua scura: praticamente una fetta di California acquistata al discount sotto casa.
In questo contesto nasce e prende rapidamente forma l’idea Hana Bi, nome preso in prestito da una pellicola di “Beat” Takeshi Kitano per lo stabilimento contrassegnato dal numero 72 sul litorale: concerti e musica alternativa al bordo della spiaggia con il mare davanti, la pineta dietro, due dune a far da confine ai lati e quella tettoia allungata sopra al palco e alla piccola pista di cemento antistante, destinata a ritagliarsi un posto di assoluto rilievo nell’esistenza di molti.
Chris Angiolini è il direttore artistico, nonché gestore del locale assieme all’inseparabile Andrea “Azza” Ferrari. Tutte le dichiarazioni riportate di seguito, salvo non indicato altrimenti, sono sue.

“Penso che scegliere un luogo come questo per organizzare concerti sia stata una felice intuizione: l’ambiente particolarmente evocativo permette di far convivere informalità e professionalità. L’idea di utilizzare una semplice pedana rialzata come palco, dotandola comunque di ogni caratteristica tecnica idonea a fare esibire gli artisti, diventa per gli stessi un valore aggiunto poiché regala loro l’opportunità ormai rara di trovarsi in contatto ravvicinato con il pubblico e di immergersi così con esso in uno scambio di energie che li ripaga di tutti i sacrifici fatti e dei chilometri percorsi. Linfa vitale.
Il tempo ha dimostrato come la nuova tendenza per la musica dal vivo, mi riferisco principalmente a quella scena che potremmo definire per comodità alternativa, sia quella di ricercare luoghi e situazioni atipiche, come ATP e Coachella insegnano. Perché è là dove la musica concretamente si compie e si svela che si generano quelle emozioni che ne costituiscono l’essenza, in opposizione allo scambio freddo e passivo di un banale tragitto via cavo da un hard disk alle nostre orecchie”.
A fargli eco segue a ruota Vasco Brondi, uno che il posto lo conosce bene: “Ho suonato due volte all’Hana Bi e diverse altre sono capitato lì da spettatore. Ha la capienza illimitata e il palco minuscolo che non è un palco e forse per questo funziona meglio. La vicinanza tra chi suona e chi ascolta è una specie di cerchio. Le distanze, le accordature sbagliate, le allegrie, i malumori passano attraverso tutti. Si sta vicinissimi non si può fare finta di niente. La programmazione non si rinchiude dentro mondi separati di generi o forme. Si entra gratis e c’è una spiaggia; forse fa parte di quella idea che viene da lontano di prendersi dei posti che quasi istituzionalmente dovrebbero avere altre funzioni inutili e di trasformarli. Riempirli di altri contenuti”.

Personalmente sono parte in causa, è bene dirlo subito per sgomberare il campo da equivoci. All’Hana Bi faccio presenza fissa da anni e da anni ci lavoro come dj.
Mi appoggiai per la prima volta al banco del bar una mattina di maggio a metà degli anni zero senza immaginare che quel gesto in futuro lo avrei compiuto altre decine e decine di volte. Bastò la reazione della barista alla vista della maglietta che indossavo per non lasciare dubbi circa la giustezza del posto. Era una t-shirt bianca raffigurante uno strano ranocchio, quello disegnato sopra la copertina di un disco chiamato Hi, How Are You?. La ragazza in preda a un entusiasmo quasi imbarazzante chiamò uno dei gestori del locale che in quel momento era nel retro: doveva assolutamente vedere un tizio con la maglietta di Daniel Johnston, entrato per ordinare una birra in una calda mattina di maggio.
Il gerente era un tipo strano: squadrato, vestito di nero e rasato in testa. Non esattamente l’immagine di uno che ti apre l’ombrellone ogni mattina, stendendo sdraio e lettini prendi sole. Pareva un metallaro e si chiamava Chris. Di lì a qualche giorno lo conobbi sul serio, la sera del concerto dei Supersystem sulla spiaggia.
Mi raccontò che prima di inaugurare l’Hana Bi nel 2004 non aveva mai frequentato la spiaggia di Marina di Ravenna, famosa per i suoi happy hour, fino a che non ha iniziato ad immaginarla come un deserto su cui proiettare immagini di film di John Ford e Steve Mc Queen o spaghetti western la cui colonna sonora non poteva che essere un disco dei Calexico o le Desert Sessions che collezionava nelle versioni 10″ della mitica Man’s Ruin.
L’idea di base era quella di far diventare l’Hana Bi la spiaggia di chi in spiaggia di solito non andava.
Negli anni ’90 Chris suonava nei Miskatonic University, hard core, atipico come atipico è un po’ tutto ciò che lo riguarda: “All’epoca andai anche a casa di Claudio Sorge per un’intervista, in treno, a Pavia. Nel frattempo misi in piedi un’etichetta, si chiamava Boundless Records, per qualche anno diventò anche negozio di dischi.
Ancora adesso la mia filosofia imprenditoriale e di vita prende spunto da quel do it yourself di scuola Dischord col quale sono cresciuto”
Pur non essendo tipo che concede facilmente confidenza al prossimo, sentii immediatamente la necessità di rendermi complice di quella faccenda. Chiesi se ci fosse spazio per suonare un po’ di dischi lì sulla spiaggia sotto la tettoia, tra la pineta e il mare. Chris mi rispose subito di si: “Ti conoscevo già – confessa oggi – sono sempre stato un lettore di Rumore che compero dal primo numero, quello con i RHCP in copertina”.
Da lì partono una serie di flash back che si srotolano a nastro: le domeniche pomeriggio in consolle, le cene nella grande veranda sul retro, la prima volta di mio figlio in quel posto nemmeno compiuti due mesi, tra le braccia di Manuel Agnelli.
I tanti concerti, stipati in un diario che assieme abbiamo vissuto e che assieme ora sfogliamo: le quattro volte degli I’m from Barcelona, in viaggio su di un pullman stile squadra di calcio, che farlo entrare e uscire dallo sterrato ingombro di aghi di pino è come manovrare un carro armato dentro un garage: “Con loro è sempre la festa dell’estate: si parte dalla tettoia e si arriva in acqua per il rituale bagno notturno tutti assieme come da tradizione e poi ogni Natale arriva dalla Svezia la loro cartolina di auguri con la quale ci danno appuntamento per la successiva estate”. Il rock and roll dei Gories e degli Oblivians con la gente arrampicata ovunque: “Ad un certo punto qualcuno aprì le serrande del locale sul retro per poter vedere il concerto da dietro al palco che nel frattempo si era trasformato in un vero e proprio ring”; l’incredibile, lunghissima giornata in attesa dei Pains of Being Pure at Heart e ancora le stelle che la notte di San Lorenzo di qualche anno fa cadevano una dietro l’altra inghiottite dalla pineta dietro al palco mentre Samuel Beam cantava le canzoni di Iron and Wine assieme a centinaia e centinaia di persone: “Direi forse migliaia, una notte che entra di diritto nella storia dell’Hana Bi”. National e Gossip sulla spiaggia di fronte al mare un attimo prima di affrontare arene sterminate: “Ho avuto modo di incontrarli entrambi in seguito. I National a Tucson si ricordavano talmente bene di quel concerto che ci hanno voluti loro ospiti sia al concerto che nell’aftershow, Beth Ditto invece all’Estragon di Bologna mi ha confessato che dall’Hana Bi aveva trafugato due teli da mare che usa ancora nel suo bagno di casa”. E ancora Wavves e Crocodiles alcolici e sregolati; Bonnie Prince Billy tra un oceano di gente: “Fu un vero e proprio last minute, pochissimi giorni per promuovere uno dei tanti sogni divenuti realtà. Una serata speciale, con un Bonnie decisamente ispirato e piacione. Ma quello che mi fa ancora sorridere è ricordarlo cimentarsi col racchettone senza praticamente riuscire mai a colpire la palla”. E gli Oneida che qui suonarono due volte come fosse l’ultimo giorno prima della fine del mondo: “Ti correggo, gli Oneida hanno suonato ben tre volte e proprio la scorsa estate ci hanno regalato il live definitivo, un vero e proprio tsunami psichedelico. Se permetti poi aggiungo un tuffo in un passato leggermente più remoto: penso che non dimenticherò mai quella notte con i Liars e Asia Argento. Puro delirio cristallino”.
Come forse avrete intuito, la caratteristica dei concerti ripetuti da parte di una stessa band anno dopo anno, è un tratto distintivo della programmazione da queste parti. In genere coloro cui capita la ventura di passare dall’Hana Bi poi fanno di tutto per tornarci: “Siamo sempre disposti a cambiare i nostri piani di viaggio pur di suonare lì – dichiara Jeremy Barnes degli A Hawk and a Hacksaw – anche se ciò significa guidare per un giorno intero da una parte all’altra d’Italia e il giorno dopo mettersi in viaggio verso Lione. Lo staff dell’Hana Bi ha creato una mecca musicale sulla spiaggia, un posto dove puoi nuotare nel mare, prendere il sole in spiaggia, mangiare dell’ottimo cibo e ascoltare grande musica ad ogni ora del giorno. E’ uno dei pochi posti al mondo in cui i musicisti, che sono lì per lavorare, sono ancora più contenti e rilassati del pubblico, che invece è lì solo per divertirsi”.
Altri decidono addirittura di trasferirvi definitivamente le proprie radici: “La prima volta che sono stato qui ero coi Bachi Da Pietra, nell’agosto del 2005 – ricorda Bruno Dorella – a suggello di una collaborazione con Chris che stava nascendo subito come una cosa importante, e che infatti mi ha portato non solo a suonare una quantità di volte ormai impossibile da quantificare a Ravenna con Bachi, OvO e Ronin, ma soprattutto a trovare in Chris un sincero giudice e consigliere del mio lavoro, dal suo punto di vista di promoter e di vero appassionato di musica. Negli anni ho suonato molte volte e visto suonare molti gruppi all’Hana Bi. Ogni gruppo italiano ma soprattutto straniero, esprime il desiderio, o quantomeno la fantasia, di venire a vivere qui. Io l’ho fatto: vivo a Ravenna dal 2011. L’Hana Bi è diventato la mia seconda casa, il rifugio tra un concerto e l’altro, la vacanza a pochi chilometri dal mio letto. Il mare di Ravenna non è limpido e cristallino certo, ma quando arrivi all’Hana Bi alle 10 mattina e dalle casse sopra al bar esce la voce di Elliott Smith capisci di essere arrivato nel posto giusto”.

Se l’Hana Bi è un posto speciale lo si deve certo alla sua location naturale che indubbiamente favorisce buonumore e distensione, ma anche a come il posto viene gestito e per come e quanto le persone che di lì transitano – pubblico, musicisti, camerieri, cuochi e baristi – sono disposti a farsi coinvolgere dal luogo e dalla sua atmosfera, ad esserne attori in prima persona: “Mi chiedi cosa rende questo posto così speciale? L’anima collettiva, merce piuttosto rara in un’epoca di grande frammentazione e individualismo sfrenato. L’Hana-Bi diventa la sintesi reale del mondo virtuale, è il luogo in cui le comunità si incontrano e trovano l’occasione per un ritorno alla condivisione concreta tra individui veri, di nuovo distinguibili dai loro alter ego virtuali”. La sintesi di Chris è lapidaria e perfetta. Attorno a lui e alla sua azienda, perché di questo si tratta, ruotano in qualità di dipendenti nell’arco dell’anno dalle 20 alle 40 persone, considerando le parallele gestioni del Bronson, club con base a Madonna dell’Albero qui vicino e del Fargo curatissimo bar aperto nel centro di Ravenna. E tutti, chi più chi meno, sono appassionati di musica: “E’ sicuramente uno dei miei criteri di selezione del personale, una scelta precisa nell’ottica della condivisione di un progetto che vuole essere speciale a partire dall’aria che si respira. All’inizio non ero pienamente consapevole di quello che stavo creando, ci sono arrivato un po’ alla volta ricevendo segnalazioni e informandomi: leggendo articoli e testi sulla comunicazione e sulle imprese culturali. Ne è venuta fuori un idea imprenditoriale moderna che si fonda su concetti come “l’economia delle esperienze”, tanto che il bagno 72 di Marina è stato oggetto di tesi di laurea e articoli di docenti universitari”.
A proposito di personale e del suo coinvolgimento con la musica, in cucina da un paio d’anni bazzicano due ragazzi che i lettori di Rumore dovrebbero conoscere bene: Paolo “Maolo” Torreggiani anima di My Awesome Mixtape e Quakers and Mormons e Matteo “Napo” Palma, voce di Uochi Toki: “Chris necessitava di qualcuno che potesse aggiornare e implementare la cucina classica delle spiagge dell’alta Romagna aggiungendo sfizi, abbinamenti e gusti che il classico bagno al mare generalmente non raggiunge – racconta Napo. Sia io che Maolo siamo autodidatti, abbiamo imparato a cucinare in casa confrontandoci direttamente con le materie, non abbiamo un bagaglio di esperienze da chef ma abbiamo un certo slancio e propensione all’apprendimento. I nostri maestri sono sempre stati gli ingredienti, più che i cuochi.”
Non solo musica dunque ma anche cibo. Cibo per lo stomaco e cibo per la mente: incontri con gli autori che raccontano e si raccontano. Memorabile la distesa di folla di fronte a un Marco Travaglio caustico come non mai, le digressioni noir di Carlo Lucarelli, le pagine usate come lame di rasoio da Nicolai Lilin, la passione con cui Federico Guglielmi ha raccontato quel punk delle origini da lui vissuto in prima persona, la filosofia breriana con cui il maestro Gianni Mura ha affrontato il football e l’eloquenza quasi cabarettistica con cui il nostro Maurizio Blatto ha snocciolato gli aneddoti contenuti nel suo divertentissimo libro.
Edutainment a tutto tondo dunque, a testimonianza di quello che per la gente di qui è un progetto che si sviluppa da tempo e nel tempo, seguendo un percorso niente affatto casuale chiarito ancora una volta dalle parole di Chris: “La grande sfida del contemporaneo é quella di riuscire a conciliare la realtà tangibile con quella virtuale la quale, soprattutto grazie a social network e downloading, sta prepotentemente appropriandosi di abbondanti porzioni della nostra quotidianità. Stiamo vivendo un’epoca di transizione e non possiamo ignorarlo. E’ qui che arte e cultura devono accettare la sfida di individuarne i modelli interpretativi”.
Il futuro? “La sfida del 2012 è quella con il formato festival: sulla spiaggia dell’Hana Bi si terrà “Beaches Brew” una tre giorni (6, 7 e 8 giugno), ovviamente gratuita curata in collaborazione con l’agenzia olandese Belmont Bookings che vede confermate, al momento di andare in stampa, le presenze di War on Drugs, Bear in Heaven, Blanck Mass, Sleepy Sun, Calibro 35: ovviamente è una puntata zero, ma tutto lascia supporre che l’evento crescerà in fretta”.
Smessi i panni di manager Chris, per concludere, che diavolo hai messo in piedi qui?
“Ti rispondo con il cuore in mano: l’Hana Bi è la spiaggia che non abbiamo avuto da adolescenti. Leggendo le parole di Bruno qui sopra, mi è tutto più chiaro. Non ho fatto altro che cercare di riprodurre il mio immaginario di adolescente. ho realizzato un sogno.
Il mio deserto fra le dune, il mio fortino da difendere, un mondo fino a prima impensabile nel quale possono convivere le realtà più disparate.
E mentre fuori infuriano gli happy hour commerciali noi ci balliamo Folsom Prison Blues con due birre in mano”.

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