Vietato ai minori di anni 35 – The Cult, live @ Velvet Club & Factory (Rimini, 14/07/2012)

Mi ha fatto un certo effetto rientrare al Velvet dopo tanti anni, non ricordo più neanche quanti. Tornano alla mente nebulosi ricordi di serate trascorse nello storico club delle colline riminesi a cavallo tra la seconda metà degli anni ’80 e i primissimi ’90, e la moltitudine di band straniere ammirate su quel palco. Successivamente a distanza di anni avrei anche lavorato al Velvet per un paio di concerti, dopodichè le nostre strade si sarebbero separate: fino a ieri pomeriggio appunto, quando all’arrivo mi sono soffermato a contemplare il laghetto di pesca sportiva che sorge alle spalle del locale.
Sono da sempre un grande fan dei Cult, ma questa è “solo” la quarta volta che li vedo negli ultimi 24 anni: bazzecole in confronto ai fan veri, quelli che vanno a sentire una decina di volte a stagione i loro artisti italiani preferiti seguendoli praticamente ovunque. La band ha deciso di non fare soundcheck, per cui mi devo accontentare di contemplare a un paio di metri di distanza la storica White Falcon di Billy Duffy, che riposa placidamente in uno stand insieme alle sue altre chitarre (poi magari è una replica e l’originale la custodisce gelosamente a casa, ma insomma la visione riesce ugualmente a strapparmi un brivido, e tanto basta).
Aprono la serata gli scozzesi e inutili -quasi ridicoli, a dirla tutta- Gun. Poi, dopo un cambio palco da molti giudicato eccessivamente lungo con relative lamentele, un po’ dopo le 23 salgono sul palco gli headliner, nel tripudio più totale di un migliaio abbondante di persone, prevedibilmente quasi tutte non più di primo pelo. L’incipit è assolutamente spiazzante: dalla White Falcon di Duffy infatti parte fragoroso l’inconfondibile riff di “Lil’ devil”, a ribadire la valenza del mio brivido pomeridiano, ed è subito festa. La line up è quella senza fronzoli ormai consolidata dal 2006, la migliore di sempre per quanto mi riguarda: un’implacabile, poderosa macchina da guerra dotata di una sezione ritmica granitica e chitarre come fiamme. E’ proprio il volume delle due chitarre a caratterizzare il sound del concerto, una scelta drastica che se da un lato rischia di penalizzare l’impatto puro e semplice (ma personalmente ho sempre trovato la batteria in primissimo piano una cosa volgare) dall’altro risulta appunto assai caratteristica: una preponderanza di chitarre ostinatamente e volutamente esagerata, che con i dovuti distinguo mi ha ricordato addirittura i Kyuss come impostazione. Una scelta che oltretutto rende anche piena giustizia al valore del chitarrista aggiunto Mike Dimkich -con i Cult dai primissimi anni ’90 seppure solo in tour- il quale è tutt’altro che un gregario con i riff all’unisono e la sua validissima ritmica, sempre ben presente quando partono gli infuocati assoli di Duffy: insomma, non certo il “quinto uomo” messo lì a bella mostra che poi però alla fine nemmeno lo senti (effetto che invece -e spiace parecchio dirlo- mi ha fatto Reeves Gabrels con i Cure, anche se purtroppo ho avuto modo di osservare solo video in cui comunque la sua chitarra è regolarmente assente). Il sound generale peraltro è quello classico del Velvet, faticoso e poco definito, per cui infilo i fidati tappi nelle mie preziose e malandate orecchie e mi avvicino al palco. Vi ho già detto che il concerto si svolge al chiuso? No? Ebbene, l’atmosfera è quella di una sauna finlandese, ma ciononostante Ian Astbury sfoggia bandana, RayBan, gli immancabili stivali e soprattuto un allucinante giaccone di pelle scamosciata con tanto di folto collo di pelliccia, dal quale sbucano gli avambracci tatuati e dotati di polsini neri. Da non crederci, morivo disidratato al posto suo. Voce in forma smagliante a discapito dei suoi detrattori, il solito brutto vizio di “remixare” dal vivo le proprie linee vocali, una padronanza finalmente discreta dell’inseparabile tamburello e infine qualche trucchetto del mestiere per risparmiare benzina, che però non scalfisce minimamente la performance. Mentre sotto di lui la band macina riff su riff, alternando sapientemente brani recenti e classici, con un’ovvia prevalenza di questi ultimi: “Rain” è addirittura terza in scaletta, per quanto la situazione all’interno del locale e la morsa di Caronte e Minosse la rendano assolutamente poco attendibile. “Love” continua ad essere ampiamente saccheggiato, specie dopo il tour celebrativo del 2009, e come sempre “Nirvana” e “The phoenix” finiscono per essere tra i momenti migliori della serata. Ottima la resa dal vivo del recentissimo singolo “To the animals”, mentre un cambio di tutte le chitarre preannuncia le accordature ribassate di “Rise”, il singolo apripista da “Beyond good and evil”, l’album che nel 2001 ammiccando maldestramente al cosiddetto nu-metal ebbe tuttavia il merito di riportare in pista la band inglese naturalizzata americana in maniera più che convincente. “Fire woman” dal vivo è sempre troppo veloce finendo per perdere la sua cadenza, e dopo “Wild flower” la scaletta si conclude prevedibilmente con l’immortale anthem “She sells sanctuary”. Dopo la pausa si riparte con “Embers”, un ballatone horror dall’ultimo album che Billy Duffy dedica addirittura a Roberto Mancini (!!!), seguito a ruota da una trascinante “Spiritwalker”, per poi subito dopo concludere -dopo una goffa imitazione di Pavarotti ispirata ad Astbury da un tale Luciano allocato tra le primissime file- con la sagra finale di “Love removal machine”. Tutti a fronte palco per presentazioni e saluti, con John Tempesta (storico batterista dei White Zombie, newyorkese con ascendenze baresi e parenti sparsi pare tra Bologna e l’Abruzzo forte e gentile) che annuncia il 39esimo compleanno dell’ottimo bassista Chris Wyse, e poi via nel backstage.
E mentre me ne torno verso la mia provvisoria dimora estiva bolognese dopo la consueta serie di peripezie molecolari di carattere logistico/notturno, pur compiaciuto per l’esibizione mi dico che certamente non si tratta di nulla di nuovo o di rivoluzionario, e chi cerca la contemporaneità a tutti i costi e un certo tipo di appeal farà senz’altro bene a rivolgersi altrove. Tuttavia mi fa anche piacere imbattermi di tanto in tanto in dinosauri che anzichè trascinarsi stancamente come carcasse arse dal sole riescono a proporre il loro repertorio in maniera credibile e convincente ma soprattutto convinta, senza dunque tramutarlo in una minestra riscaldata per pochi azzimati nostalgici. In simili casi puoi tranquillamente sorvolare sul fatto che il materiale più recente non sia all’altezza di quello consegnato a suo tempo ai posteri, perchè in fondo il segreto è tutto lì: nella credibilità, quella che manca sempre di più nell’era dei social network, degli smartphone e delle webzine, in cui l’ “indie” (concetto di per sè nobile, alle origini) si tramuta in un’etichetta e finisce per rendersi detestabile. Sfoglio l’ultimo numero di “Rumore” e mi rendo conto che conosco ben poco di quello che popola le sue pagine, mi accorgo di stare invecchiando e di non averne nessuna voglia, e magari mi sto anche tramutando in un nostalgico. Si vedrà: nel frattempo i Cult dopo avere corso tempo addietro di trasformarsi nella parodia di sè stessi sono riusciti ad evitare il deragliamento e ad invecchiare bene come il vino, per tutto il resto c’è la musica del terzo millennio.
Certamente però se nel 2012 non vendi il tuo disco al tuo concerto non si capisce proprio dove tu pretenda di venderlo: forse per corrispondenza, come quando eravamo giovani?

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Recensioni. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...