L’occasione era di quelle ghiotte: l’unica data italiana del tour celebrativo dell’album “Love”, partito in Agosto da San Diego con un immediato sold out e proseguito poi in USA ed Europa: per chi come il sottoscritto è stato adolescente a metà dei fatidici anni ‘80, meglio della macchina del tempo, considerato oltretutto che il concerto si basa sull’esecuzione integrale del disco che ha fatto da trampolino di lancio per la band inglese nell’ormai remoto 1985. Chi scrive è poi sempre stato un grande estimatore dei Cult: visti dal vivo ai tempi di “Electric”, avevo avuto anche modo di ammirarli lo scorso anno a Roma con la nuova formazione ormai tutta americana.
Il capannone che da qualche tempo ospita la nuova sede dell’Estragon è letteralmente stracolmo di gente, che deborda anche all’esterno: mai visto niente di simile. Il pubblico tra l’altro rumoreggia palesemente, poichè per un equivoco il concerto era stato annunciato dai media alle 21, ma l’orario reale di inizio saranno le 22.30, e ovviamente si parte con l’anthem “Nirvana”: stasera era ampiamente previsto, l’anno scorso a Roma invece fu una piacevolissima sorpresa. Il pubblico bolognese subito esplode. La band come immaginavo è in forma smagliante, e l’impatto è devastante: i Cult degli “anni zero” sono una macchina da guerra rodatissima ed entusiasmante, trascinanti veramente come pochi, e riescono alla grande nell’impresa di riproporre materiale ormai vecchio di un quarto di secolo senza scadere nel patetico o nel nostalgico, nè tantomeno in soluzioni di arrangiamento pacchiane, magari nel becero tentativo di modernizzare il proprio repertorio. A ben vedere infatti le canzoni sono quelle, nè più nè meno, ma suonate con una grinta e una precisione tali da rasentare la ferocia. Dimenticatevi pure quegli scialbi bootleg con Ian Astbury stonato e/o afono: il frontman -che nel frattempo pare abbia chiuso con la vita dissoluta, sarà poi vero?- sa bene che alle soglie della mezza età la voce non può essere più quella di un tempo, ma ora se la gioca con carisma, determinazione e un pizzico di furbizia da grande animale da palcoscenico qual’è, e soprattutto senza risparmiarsi un attimo. Mentre la mia amica cerca di convincermi che il buon vecchio Ian somiglia di brutto ad un suo docente di corso di origini toscane, io invece realizzo improvvisamente che dopo una vita intera di tentativi è finalmente riuscito nell’impresa di trasfigurarsi nel suo idolo dichiarato di sempre: Jim Morrison, l’ultima versione con barba lunga e capelli incolti per la precisione. Da segnalare in negativo una ricca serie di amnesie sui testi, di cui per inciso Astbury sarebbe anche l’autore. Duffy da par suo, con il suo look alla eterno Billy Idol, macina riff su riff e assoli su assoli, e per riproporre fedelmente il sound di “Love” sfoggia ben due White Falcon identiche che saggiamente alterna. L’implacabile sezione ritmica si conferma una delle migliori sulla piazza, e dà il meglio di sè nella sezione centrale della portentosa “Phoenix” (già ai tempi tra le mie preferite in assoluto dell’album), con il duello tra il mostruoso basso superfuzz di Chris Wyse e il poderoso ma precisissimo drumming di John Tempesta, che in questo contesto molto intelligentemente fa il batterista dei Cult e non appunto… John Tempesta! Il potente musicista infatti (e considerate che per tutta una serie di circostanze ho passato il pomeriggio ad ascoltare Deen Castronovo!) ha un pedigree da pelle d’oca: Exodus, Testament, Tony Iommi , ma soprattutto White Zombie ed Helmet. Menzione d’onore anche per il serbo-californiano Mike Dimkich, nei Cult dal lontano 1993 (solo dal vivo però): suonare la chitarra ritmica dietro a un leader così ingombrante non è mai cosa semplice, ma lui -per quanto sempre un po’ defilato nel mix- se la cava egregiamente, e soprattutto “riempie” bene durante i numerosissimi assoli del capo (a dispetto di un look perlomeno singolare!). [...] Con “Black angel” si chiudeva “Love” e si chiude anche questo set celebrativo.
Pausa per riprendere fiato (in tutti i sensi!), poi i Cult risalgono sul palco per il prevedibile secondo tempo a base di greatest hits: Billy ha imbracciato la fida Les Paul, la cosa suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti, e infatti si riparte di slancio con l’accoppiata “Electric ocean”/ “Wild flower”! Seguono una serie di classici più è meno recenti, tra cui una sorprendente “Sun king” (che il solito superesperto regolarmente incontrato a fine show mi confermerà non eseguita dal vivo per lustri), e il singolo del 2007 “Dirty little rockstar”, assolutamente trascinante con quel riff vagamente ispirato al Keith Richards di “Undercover of the night” ma spalmato su una cassa in quattro anni ‘90 di sapore appunto molto White Zombie. Gran finale con “Love removal machine”, in un tripudio di cori e tamburelli.
Sudore a fiumi, pubblico esausto ma felice, merchandising preso d’assalto e la convinzione che questi quasi-cinquantenni fanno mangiare la polvere a buona parte delle nuove generazioni di sedicenti/aspiranti rockers. Convinzione ahimè rafforzata dalla quasi totale assenza di under 30, che invece come dicevo prima avrebbero decisamente trovato pane per i loro denti. Ma ovviamente non si tratta di materia musicale appetibile per tutti quei fighetti em(o)aciati con i vestitini alla moda e le chitarre lucide che sembrano appena uscite dalla scatola, e altrettanto ovviamente appena vi risento parlare di “rock italiano” prendervi a calci sarà un vero piacere.
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